City Camp Olimpico: Andrea Minguzzi

Andrea Minguzzi è un atleta davvero fuori dall’ordinario. Anche chi non mastica di lotta ha modo di apprezzare le sue doti atletiche.
Si è aggiudicato un titolo a squadre (2006) e 10 titoli individuali (dal 2000 al 2013) a livello di campionato italiano; mentre sia nel 2007 che nel 2008 ha vinto la medaglia di bronzo agli Europei di categoria.
Il 14 agosto 2008 ha battuto in finale l’ungherese Fodor (favorito alla vigilia) e si è laureato campione olimpico a Pechino, secondo azzurro a riuscire in tale impresa venti anni dopo il suo maestro Vincenzo Maenza.
Al City Camp avremo la fortuna di vederlo in azione e, in attesa delle sue lezioni, lo abbiamo intervistato.

1. Come ti sei avvicinato alla lotta?
Mio padre era allenatore in una piccola palestra in un paesino vicino Imola, Mordano (US Placci Bubano), fin da
piccolissimo lo seguivo in palestra prima per gioco poi per passione.

2. In alcuni Paesi la lotta è considerata sport nazionale. Secondo te cosa manca in Italia per darle risalto?
La Lotta non è uno sport popolare in italia, le cose da migliorare sono molte, principalmente ci vuole un
impegno maggiore e innovazioni da parte della Federazione.

3. Ultimo libro letto e serie televisiva che ti crea dipendenza.
Serie tv FRINGE, ultimo libro Cecità di José Sramago

4. Tensione pre gara. Ne soffri? Come la gestisci?
Visualizzazione tecniche, esercizi di respirazione.

5. Come è stata la tua vita dopo aver vinto l’oro olimpico?
Più o meno come prima, la lotta non è uno sport che ti arricchisce.

6. Parliamo di MMA. Ci hai mai fatto un pensierino?
Sono appassionato, conosco e pratico le varie discipline che la compongono per diletto, ma ormai ho un’età!
In italia gli sport di combattimento non hanno grossi ingaggi, se fossi stato in USA probabilmente ci avrei
pensato più seriamente.

7. Ho sentito di atleti che dopo aver vinto la medaglia d’oro se la tenevano addosso anche quando andavano in
bagno. È stato così per te?
Diciamo che non l’ho abbandonata.

8. Domanda di gossip: durante l’Olimpiade di Londra 2012 il Corriere aveva dedicato un articolo alle storie
d’amore tra atleti nate nel villaggio olimpico…a Beijing è stato lo stesso?
Le olimpiadi per un lottatore non sono momento di grossi svaghi, prima della gara c’è il peso e la tensione, dopo
si torna a casa. Non ho avuto queste fortune!
9. Come è strutturata la giornata tipo di un atleta di lotta che deve prepararsi per un evento come le olimpiadi?
7 risveglio muscolare, 10 allenamento , 16 allenamento. Il resto riposo, monotono ma efficace.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Allenatori Genitori Amici, ma ormai già ho ringraziato tutti!

10 domande a… Georgian Cimpeanu

Per chi gravita attorno al mondo delle competizioni il nome di Georgian Cimpeanu è cosa nota. A livello nazionale è uno dei migliori atleti e si può vantare di aver vinto nello stesso anno il titolo italiano nel point, nel light e nella kick-light.
Ha vinto numerosi titoli a livello nazionale e internazionale e avremo il piacere di averlo tra i nostri ospiti alla quattordicesima edizione dell’Auxe City Camp che si terrà a Peseggia (Scorzè) dal 26 al 29 maggio.
Georgian ha scelto di fare dello sport la sua vita, e noi gli abbiamo chiesto di rispondere alle domande della nostra rubrica per conoscerlo meglio.
Lo ha fatto nell’unico modo che conosce: da grande campione.

1. Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?
All’età di 6 anni mio padre mi portò a vedere una lezione di karate con il mio attuale maestro. Me ne sono subito innamorato e da li non ho più smesso

2. Un atleta al quale ti sei ispirato.
Per anni fu Raymond Daniels, visto per la prima volta nel 2006. Cercavo di copiarlo in tutti i suoi gesti durante il combattimento. Mi sono ispirato anche a due campioni italiani, Domenico De Marco e Andrea Lucchese i quali erano tra i più tecnici e spettacolari atleti del momento.

3. Ultimo libro letto e serie televisiva che ti crea dipendenza.
L’ultimo libro letto è stato “La sfida dell’eccellenza” di Michele Surian che ogni tanto ripasso prima di qualche torneo. Sulle serie televisive potrei scrivere un tema, visto che sono molto appassionato, ma mi limito a citare le mie preferite: Breaking bad, The walking dead e Game of thrones.

4. Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Raymond Daniels


5. In cosa il pointfighting e il light contact di oggi sono cambiati rispetto al passato?

Il point fighting secondo me è cambiato in peggio. Le abilità degli atleti sono alle stelle già dai cadetti ma non possono emergere al meglio a causa di un regolamento non rispettato. Tutto ciò rende il point fighting, oggi, un combattimento monotono basato su 3-4 tecniche fondamentali. Mentre il light contact, con il fatto che molti point fighters combattono anche in questa disciplina, è diventato un combattimento molto dinamico dove gli atleti riescono a esprimersi al meglio senza preoccuparsi dello stop dell’arbitro dopo essere stati colpiti.

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Il mio maestro mi ha messo in testa da sempre un concetto di Bruce Lee: la cintura serve solo a tenere su i pantaloni. Concetto che condivido a pieno. Mi capita spesso di prendere esempio dal bambino di 4-5 anni, da quello di 10 o dal ragazzo che fa kickboxing da un anno, dalla loro voglia di imparare e dal loro entusiasmo. La cintura sta a indicare un percorso che fa la persona, ma non indica ciò che è la persona.

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
Il momento più bello vissuto da atleta è stato all’età di 16 anni dove ad un Bestfighter riuscii a battere l’allora campione del mondo senior della categoria, il quale stava passando uno dei momenti più favorevoli della sua carriera da atleta. In quella stessa edizione del Bestfighter riuscii a portare a casa 4 medaglie d’oro, è stato davvero fantastico!

8. Il più brutto invece?
Il più brutto è stato quando ho dovuto affrontare un evento spiacevole con mia madre durante il quale non riuscivo ad essere concentrato nè in palestra nè alle gare.


9. Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta.

Se dovessi fare un torneo di point fighting sceglierei di affiancarmi Rayomond Daniels, Domenico De Marco e Andrea Lucchese, sarebbe epico.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Si, avrei da ringraziare molte persone ma mi limito a quelle più importanti. I miei genitori, che da quando ho cominciato a praticare questo sport hanno avuto rinunce nella vita e fatto sacrifici soprattutto economici per far si che io potessi dedicarmi al 100% a questo sport. Vorrei ringraziare i genitori dei ragazzi agonisti ed il mio team per il loro grande supporto, vorrei dire che è fondamentale. Ed infine forse il più importante, vorrei ringraziare la persona che ha reso possibile tutto questo: il mio maestro Marco. Mi ha aiutato ad essere ciò che sono oggi, mi ha aiutato a essere migliore come persona giorno dopo giorno e a sconfiggere le mie paure. Mi ha affiancato in questo viaggio come maestro e come amico e un semplice grazie non basta.

10 domande a…Fabio Cantoni

Fabio Cantoni è una persona straordinaria nel vero senso del termine: fuori dall’ordinario.
Oltre a essere da anni un amico di molti noi dell’Auxe, Fabio è uno dei tecnici più preparati e qualificati in circolazione, un uomo che ha dedicato maggior parte della sua vita allo sport e allo studio. E’ insegnante di educazione fisica, diplomato Isef con il massimo di voti ma questo è solo l’inizio di un curriculum sportivo eccezionale: è Cintura nera 3° dan e allenatore di judo FIJLKAM, Cintura nera 1° dan e allenatore di jujitsu WJJKO, Allenatore Nazionale di atletica leggera FIDAL, Maestro di pesistica FIPCF, Istruttore di nuoto FIN con brevetto MIP di salvamento, Allenatore di pallamano FIGH, Istruttore giovanile di ginnastica artistica FGI, Istruttore Centri Avviamento allo sport CONI. Come se non bastasse, da atleta ha praticato judo, atletica leggera, sci alpino, sollevamento pesi.
Come allenatore e preparatore atletico ha seguito atleti di livello nazionale e internazionale in atletica leggera, judo, kickboxing, scherma, sci alpino e nordico, pallavolo, pallacanestro, calcio, calcio a 5, sollevamento pesi, pallamano, ciclismo.
Dal punto di vista umano, chi ha avuto occasione di parlare con lui ha potuto apprezzare la sua grande disponibilità e cortesia, oltre a una grande conoscenza frutto di una preparazione impeccabile
Abbiamo approfittato delle sue conoscenze e della sua disponibilità per sottoporlo al fuoco incrociato delle nostre domande, modificate leggermente affinchè tutti i lettori di questa rubrica potessero trarre dalle sue risposte il massimo beneficio.
Speriamo presto di avere modo di approfondire alcuni aspetti con lui, in modo particolare sulla preparazione atletica.

1. Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?
Nel 1972 in seconda elementare venne organizzato un corso a cadenza settimanale di judo dalla scuola. L’esperienza fu affascinante e coinvolgente anche per la guida del mio primo Maestro, il compianto Katsuyoshi Takata Sensei 9° dan del Kodokan di Tokyo del quale serbo un ricordo meraviglioso e un’inestimabile amicizia. Da allora gli sport da combattimento sono stati sempre fedeli compagni che mi hanno seguito nel mio cammino sportivo. L’incontro con il prof. Michele Surian mi ha poi aperto il mondo della kickboxing nei suoi vari aspetti e mi ha regalato contemporaneamente un “fratello” che mi ha fatto conoscere ottime persone e ottimi atleti. Sono stato anche uno dei primi praticanti di Sumo sportivo in Italia sotto la guida del Maestro Pierluigi Comino 7° dan di judo, altra persona che stimo moltissimo.

2. Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
A non mollare mai, a pensare che quando senti di avere esaurito le tue energie, forse sei al 50% del serbatoio. Mi ha insegnato che tutti hanno qualcosa da condividere, bella o brutta che sia: sta a te pazientare, osservare, ascoltare, capire e poi valutare volta per volta se qualcosa che hai imparato può servirti in una data situazione.

3. Un atleta al quale ti sei ispirato.
E’ uno sciatore austriaco degli anni 80, Harti Weirather, vincitore della Coppa del Mondo di discesa libera nel 1980 e dei Campionati Mondiali di discesa libera di Schladming nel 1982. Lavoro, sudore, fatica, allenamento, preparazione tecnica e atletica, la giusta modestia e un simpatico sorriso erano aspetti peculiari di questo atleta che, in un adolescente come lo ero io allora, avevano fatto breccia.

4. Chi reputi sia l’atleta più rappresentativo del tuo modo di vedere lo sport?
Riprendendo i concetti espressi precedentemente mi piace citare Filbert Bayi, tanzaniano primatista del mondo del miglio e argento olimpico sui 1500 a Mosca nel 1980 che diceva : “I record del mondo sono come le camicie, chiunque può averne una se lavora per averla”. Certo che al giorno d’oggi è fondamentale lavorare usando le nuove metodologie.

5. Perché, secondo te, la preparazione atletica riveste un ruolo così importante negli sport da combattimento? Arti marziali e pesi vanno d’accordo?
Al di là di un semplice miglioramento della performance penso che la preparazione atletica permetta di entrare in sintonia con un atleta in modo da poter gestire i difficili momenti della periodizzazione dell’allenamento in modo più completo e approfondito. A volte è utile per superare situazioni di “blocchi mentali” che spesso gli atleti si trovano ad affrontare sotto l’aspetto tecnico e tattico. Oltre a ciò trovo la macchina umana veramente un gioiello insuperabile e quindi cercare di metterla “a punto” al meglio rappresenta sempre una sfida affascinante da affrontare. Per quanto riguarda l’utilizzo dei sovraccarichi, siano essi a carico naturale che pesi, sono convinto che siano utili tenendo sempre presente le domande che reputo un allenatore debba sempre porsi: cosa voglio allenare, perché lo voglio allenare, come lo devo allenare. Questo è comunque un argomento molto complesso che, se la cosa fosse gradita, potrei approfondire in futuro sul Vostro sito.

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Significa avere iniziato un percorso di crescita e continuarlo sapendo che puoi essere un esempio e un riferimento sportivo ed educativo costante per molte persone. Comunque anche se dovessimo essere un esempio anche solo per una persona, la responsabilità resta grandissima. Anche per questo ho scelto il mestiere dell’insegnante.

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
La vittoria in un torneo di judo internazionale al rientro dopo 8 mesi di recupero per una brutta frattura al gomito sconfiggendo il campione italiano di categoria in carica.

8. Il più brutto invece?
Seppure ce ne siano stati tanti, ho sempre cercato di sublimarli in positivo in modo da poter ripartire con maggiore energia di prima, per cui, alla fine dei conti, non sono stati poi così brutti.

9. Hai la possibilità di allenare un atleta a tuo piacimento. Chi vorresti seguire?
Una cosa mi ha sempre incuriosito: avere avuto la possibilità con le mie esperienze attuali di allenare me stesso da giovane. Chissà cosa sarebbe successo!

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Tutti coloro che mi hanno fatto crescere confrontando le loro idee con le mie. Tutti coloro ai quali sono riuscito a trasmettere qualcosa. Un pensiero particolare a mia moglie Sonia che mi ha sempre spronato a dare il meglio e che mi ha sempre sostenuto quando si doveva “ripartire” per una nuova avventura nello sport e nel lavoro.

Leggere è una cosa da duri Summer Edition

Cari Duri e Dure,

in questa calda estate con le vacanze alle porte o alle spalle, c’è bisogno di un buon romanzo per allenare anche la mente, oltre al corpo. La stagione agonistica è alle porte, il Summer Camp si è concluso e nell’Auxe abbiamo dieci nuove cinture nere.
Che siate tra quelli che sudano (anche) in palestra per prepararsi al meglio a raggiungere i propri obiettivi agonistici o che stiate recuperando le energie per tornare carichi a settembre, desidero consigliarvi qualche titolo da portare con voi.
Un po’ di potassio e magnesio sotto le mentite spoglie di carta stampata.

Romanzo numero uno:
Il Canto degli Innocenti, di Piergiorgio Pulixi, edito da E/O edizioni.
Abbiamo già avuto modo di ospitare all’interno della nostra rubrica i libri di Piergiorgio, e lo facciamo ancora una volta volentieri.
Il Canto degli Innocenti è una storia cruda di giovani assassini, e i loro crimini attirano l’attenzione di un poliziotto sospeso e tormentato da un oscuro episodio del suo passato.

Romanzo numero due:
Cucciolo d’Uomo-La promessa di Mila, di Matteo Strukul, E/O edizioni.
Altro autore ospite in passato di Leggere è una cosa da duri, Strukul ritorna con questo romanzo da non perdere per gli amanti del pulp. La killer Mila deve proteggere un bambino dalle minacce di un’organizzazione criminale e portarlo a Berlino. Stile di scrittura ricercato e action a profusione.

Romanzo numero tre:
La Banda degli Amanti, di Massimo Carlotto, E/O edizioni.
Il maestro del noir sale in cattedra ancora una volta con una storia che non si abbandona fino all’ultima pagina.
L’Alligatore alias Marco Buratti stavolta ha a che fare con un nemico molto tosto: Giorgio Pelligrini.
In un susseguirsi di eventi che tengono il lettore appiccicato alla storia come un pugile in clinch contro l’avversario, l’Alligatore dovrà combattere una battaglia che metterà a dura prova lui e i suoi inseparabili compari Beniamino Rossini e Max la Memoria.

Romanzo numero quattro:
The Fighter, di Craig Davidson, edizioni BD.
Un classico figlio di papà, dopo una rissa in cui ne prende una carriola, decide di cambiare vita e finisce nel mondo dei combattimenti clandestini. La sua strada incontrerà quella di Rob, un ragazzo con un zio ex pugile e il padre panettiere.
Davidson dimostra di saperne parecchio sia sul mondo del pugilato e delle arti marziali, sia sulla scrittura.
Tosto, tosto e ancora tosto.

Su, su, carta, penna, segnatevi i titoli e andate in libreria!

by Stefano Cosmo

10 domande a…Kevin Brewerton

Chi segue la nostra pagina Facebook ha avuto modo in questi giorni di farsi un’idea sulle capacità di Kevin Brewerton.
Per chi non lo avesse visto, il nostro ospite internazionale della tredicesima edizione dell’Auxe City Camp è stato uno dei più grandi pointfighter al mondo durante la fine degli anni ottanta e novanta.
Ora vive negli Stati Uniti, a Beverly Hills e nel suo curriculum, oltre alla voce “campione del mondo di kickboxing” ha aggiunto anche “attore” e “artista”, visto che da qualche anno a questa parte crea splendidi quadri.

Lo abbiamo sottratto ai suoi impegni per rispondere alle nostre ormai celebri 10 domande.

1. Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?
Per caso. Un giorno mio padre ha aperto un giornale e ha visto una pubblicità che diceva: impara il kung fu.
Se mi fossi inscritto, mi avrebbero dato una divisa di kung fu in omaggio, così mi sono presentato e ho provato. Non mi hanno dato il kimono ma in quell’occasione mi sono innamorato delle arti marziali.

2. Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
Le arti marziali mi hanno insegnato molte cose che ho portato nella mia vita di tutti i giorni, ma la lezione più importante per me è stata ESSERE POSITIVO.

3. Un atleta al quale ti sei ispirato/a.
Ti darò il nome di due atleti che mi hanno ispirato. Muhammed Ali, era increbibilmente ipnotico. Credo di aver provato a emularlo in molti modi. L’altro è Bruce Lee. La prima volta che l’ho visto ho pensato di non aver mai ammirato nulla di simile. Volevo essere come lui.

4. Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Non so dire chi sia il più grande point fighter di tutti i tempi, è una domanda difficile. Credo ci siano molti atleti che abbiano avuto un impatto positivo per il nostro sport. Per nominarne qualcuno potrei citare Steve Anderson, Alfie Lewis, Billy Blanks, Neville Wray, Kevin Thompson, Jerry Fontanez, e aggiungerei anche me stesso alla lista.

5. Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?
Queste sono domande toste e questa è dura. Ho combattuto durante un’epoca molto speciale per lo sport karate/kickboxing. Molte persone l’hanno definita l’epoca d’oro. Era impetuosa e potente perché lo sport stava andando incontro a una meravigliosa crescita, stava diventando un gigante. Credo che al giorno d’oggi sia ancora eccitante. E ci sono ancora molte possibilità per il futuro del nostro sport.

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Essere una cintura nera significa che non molli facilmente. Significa che hai disciplina. Significa che conosci i fondamentali.

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
Ne ho molti, ma uno che sempre porterò con me è quando ho vinto il mio primo titolo del mondo e sono stato portato sulle spalle in trionfo dal mio avversario. Ad applaudire c’era un pubblico di ventimila persone.

8. Il più brutto invece?
Ogni volta che perdevo un incontro. Odiavo perdere.

9. Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta.
Se dovessi creare una squadra di cinque atleti sceglierei: me stesso, Billy Blanks, Alfie Lewis, Steve Anderson, Neville Wray. Ma questi nomi potrebbero cambiare quando lascerò l’Italia dopo aver visto la qualità dei vostri atleti.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Vorrei ringraziare Michele Surian per avermi dato la possibilità di tornare in Italia.

10 domande a…Valeria Calabrese

Valeria Calabrese è una meravigliosa atleta sia dal punto di vista tecnico che atletico.
E fin qui non abbiamo detto nulla di nuovo per chi l’ha già vista in azione. E’ già stata ospite al nostro City Camp ma il suo è un ritorno molto gradito.
Forse non tutti sanno che ha cominciato con il point e che ora è una delle punte di diamante del pugilato italiano, e che i suoi allenamenti guardano lontano, verso le olimpiadi.
Oltre a essere un’atleta di altissimo livello, è anche un’ottima insegnante.
Noi l’abbiamo costretta a togliersi i guantoni per qualche minuto per sottoporsi al fuoco incrociato delle nostre domande.

Come ti sei avvicinata agli sport da combattimento?
Mi sono avvicinata per caso, senza sapere cosa fossero davvero. Non volevo più fare nuoto ed entrai in palestra.

Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
La mia vita è stata nettamente influenza da questo sport, forse la mia vita è questo sport. Tutto quello che negli anni ho imparato e vissuto in palestra e nei palazzetti è un tesoro che oggi mi ritrovo; saper come ottenere le cose, sapere che nulla succede per caso, la perseveranza nel volere ottenere qualcosa…capire le persone che ti stanno davanti e capire cosa pensano o cosa pensano di fare..

Un atleta al quale ti sei ispirato/a.
Nessun atleta.. Ho iniziato senza conoscere nessuno, ho visto tanto ottimi atleti negli anni, ma la mia preferita rimango io! Ahahahah.

Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Penso che il livello raggiunto oggi dai team ungherese sia ineguagliabile

Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?
Come tutti gli altri sport hanno avuto la loro evoluzione.. Oggi gli atleti di point hanno delle caratteristiche eccezionali ed il livello ed il ritmo del light è altissimo. Indubbiamente migliore che nel passato anche se entrambe le discipline hanno perso delle caratteristiche che le collocano tra gli sport da combattimento..sono un po piu “frivole”.

Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Una cintura nera è chi ha avuto la passione e la voglia di ripetere gli stessi gesti per anni pur di migliorarne le sfumature piú impercettibili, chi ha imparato a rispettare gli altri, chi è riuscito a prendere il meglio dal proprio maestro, chi sa essere d’esempio per gli altri anche senza volerlo. Una cintura nera ama quello che fa e vuole farlo sempre meglio, è uno stimolo per le cinture più basse e trae stimolo da esse. Una cintura nera…è una grossa responsabilità.

Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
Non saprei individuarne solo uno..è stato un susseguirsi di momenti belli. Ogni piccolo obiettivo raggiunto ha avuto un sapore unico. E tutti gli obiettivi raggiunti hanno dato lungo ad un bel momento della mia vita lungo più di 10 anni.

Il più brutto invece?
Non ricordo momenti estremamente brutti.. Ho avuto delle fasi un po più cupe e momenti un cui ho combattuto contro più avversari allo stesso momento (più fuori che dentro il ring). Ma non mi piace indicarli come brutti,preferisco dire che sono stati i più duri ma ho amato anche ogni attimo di quei momenti perché credo siano stati quelli che più di tutti abbiano fatto di me tutto quello che sono oggi.

Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta..
Non saprei..sicuro sarebbe una squadra composta da atleti italiani perché abbiamo raggiunto un ottimo livellli specie nel light.

Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Questa è la domanda più difficile di tutte. Non voglio ringraziare nessuno no, non in questo periodo.

10 domande a…Marco Ruzzante

Marco Ruzzante sarà uno degli istruttori del tredicesimo Auxe City Camp.
La sua specialità sono le musical forms e, nonostante la sua giovane età, ha già partecipato a numerose competizioni e programmi televisivi, ottenendo ottimi risultati. Molti di voi lo hanno già visto in azione al Summer Camp 2014 in qualità di istruttore e altri lo vedranno per la prima volta, ma lo spettacolo è assicurato.
Negli anni precedenti abbiamo avuto la fortuna di avere come ospiti Samy Frank e Michele Trevisan, anche loro specialisti di questa disciplina. Inoltre, la campionessa americana Chiara Dituri ci ha mostrato durante un seminario la sua abilità nell’uso del Bo Staff.
Come scuola stiamo avendo ottimi risultati anche nel settore kata e l’entusiasmo, la competenza e la professionalità di Marco saranno un ulteriore incentivo a proseguire e fare bene.
Abbiamo mandato Stefano Cosmo a distrarlo dalle sue evoluzioni aeree per sottoporlo alle nostre dieci domande.
Buon divertimento!

D:Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?

R:Da piccolo mio padre insegnava kick boxing e pugilato, io ero più in palestra che a casa, mi divertiva molto guardare, tanto che quando arrivavo a casa mi ripetevo i circuiti che venivano fatti dagli atleti a fine allenamento; a 5 anni ho cominciato con il karate (American Goju) per me è stato come un gioco, anche se in realtà non ho mai intrapreso la strada della kick boxing come atleta, infatti a 9 anni, ho cominciato a fare capoeira, di li a poco sono passato poi alle musical forms, sempre sotto gli insegnamenti di mio padre.

D:Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?

R:Per quanto possa sembrare banale la risposta, devo ammettere che lo sport mi ha insegnato davvero molto, tutt’oggi sono convinto che anche le cose più semplici della vita, università o obiettivi vari, sarebbero stati molto più complicati se dallo sport non avessi acquisito la determinazione necessaria.

D:Un atleta al quale ti sei ispirato.

R:Anche se in realtà, avendo cominciato da molto piccolo, non utilizzavo internet, quindi nessun atleta mi ha “invogliato” a cominciare questa disciplina, devo dire che il mio primo mito si chiama John Valera, visto per la prima volta al mondiale WAKO di Caorle (Ve) nel 1999.

D:Il più grande di musical former di tutti i tempi è…

R:Secondo me è giusto fare una distinzione, nell Old School credo proprio sia stato John Valera, nel New School sicuramente Mat Emig

D:Qual è la differenza tra Old School e New School? Quale secondo te è la migliore?

R:La Old School è ciò che si è sviluppato alla fine degli anni 80 direttamente dai kata tradizionali del karate, con l’aggiunta della musica e alcune acrobazie. Con l’avvento del tricking alla fine degli anni 2000, è nata la New School, cioè in aggiunta a ciò che precedentemente si pensava delle Musical Forms, sono stati aggiunti i Tricks, ovvero dei colpi acrobatici che hanno più o meno un senso marziale, puntando sempre di più allo spettacolo. Io come atleta mi sono fermato nel 2008, quindi ho vissuto appieno l’Old School e solo iniziato il nuovo stile, ma come tutte le evoluzioni si è andati in meglio e ora preferisco di gran lunga i tricks.

D:Cosa vuol dire essere una cintura nera?

R:Vuol dire aver superato il primo step di una lunga serie di obiettivi da raggiungere.

D:Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?

R:A 12 anni ho vinto il mio primo Grand Champion Open di un Campionato Italiano, la soddisfazione è stata davvero tanta.

D:Il più brutto invece?

R:Nel mio ultimo French Open, nel 2004, in preda all’agitazione non riuscivo più a muovermi come volevo, sapevo esattamente cosa dovevo fare, ma non sono stato in grado di muovere i piedi, per cui ho improvvisato totalmente, ma l’errore è stato troppo evidente. All’ epoca il French Open era la più grande competizione d’europa, aver fatto quella figuraccia è stato umiliante, fortunatamente sono riuscito a recuperare la fiducia in me stesso con la categoria successiva, ovvero quella delle armi, fatta nella stessa gara.

D:Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta.

R:Nel mio dream team ideale avrei paura di sfigurare, ma metterei: Mat Emig e Jacob Pinto per il tricking; me, John Valera, Christian Brell, Ashley Beck per le arti marziali acrobatiche; Casey Marks per il bastone; Kalman Csoca e Caitlin Dechelle per la katana.

D:Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?

R:Certo, devo ringraziare i miei genitori che tutt’ora mi permettono di avvicinarmi sempre di più al mio sogno.

Intervista realizzata da: Stefano Cosmo

10 domande a…Fabio Panizzolo

Quello che si chiude è stato un anno intenso e fortunatamente ricco di soddisfazioni per l’Auxe.
Molti sono stati i titoli portati a casa, ma ciò che conta di più è che siamo cresciuti ancora sia come scuola che a livello agonistico. Anche quest’anno abbiamo formato nuove cinture nere, nuovi istruttori e alcune nostre giovani leve hanno rappresentato l’Italia in occasioni internazionali con ottime prestazioni.
Volevamo salutare il 2014 in modo degno, così abbiamo deciso di chiudere l’anno con la nostra rubrica 10 domande a…, andando a prenderci la nostra cintura nera Fabio Panizzolo.
Fabio è un campione a tutto tondo, un atleta di talento e un ottimo istruttore.
Quest’anno ha partecipato ai campionati europei di light contact ma la sua carriera agonistica è piena di podi e di prestigiose competizioni.
Nel salutarvi e nell’augurare a tutti voi un felice e sereno 2015 da parte di tutta l’Auxe, vi ricordiamo un appuntamento importante: il 17 e 18 gennaio si terrà il torneo Golden Glove. Le iscrizioni si chiuderanno tra poco, quindi affrettatevi a iscrivervi.
Ora però vediamo come ha risposto Fabio alle nostre domande!

Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?
All’età di 9 anni dopo una breve e deludente esperienza calcistica durata penso un mese, mio padre si decise a portarmi in una scuola di karate. Ero un bambino molto timido e introverso, ma nel dojo sentivo di essere a casa. Ricordo che fu mia madre a cucirmi il primo kimono e ricordo la mia prima gara di kata. Non mi classificai ma fu un’esperienza entusiasmante. La tv e i film fecero il resto e tra karate Kid e Jean Claude van damme il mio destino sembrava avere i contorni sempre più chiari.

Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
Questo sport, anzi lo sport, è una scuola di vita. È per questo che credo nell’ importanza di dare questa linea educativa sin dai primi anni di vita. È fondamentale per lo sviluppo psicofisico della persona perchè insegna a vivere in armonia con gli altri attraverso il rispetto per sé stessi e delle regole. La Kick b. e le arti marziali poi hanno qualcosa in più. Sicuramente sono di parte, ma penso che chi combatte abbia la possibilità di trovare più facilmente l equilibrio inteso come capacità di adattarsi alla situazione e all avversario. E questo a mio avviso trova un sacco di analogie nella vita, nella sempre più importante capacità di cambiare velocemente per trovare una soluzione ai problemi.

Un atleta al quale ti sei ispirato.
Sicuramente Gregorio di Leo per tutto quello che sta dando al mondo del point. Un grande esempio di eccellenza sportiva e di successo. Come insegnanti le mie figure ispiranti sono Michele Surian e Marco Ferrarese per la professionalita e il cuore con cui svolgono il loro lavoro

Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Non posso nominare un solo atleta. Il point si è evoluto molto negli anni ed è difficile paragonare i grandi campioni che si sono susseguiti nel tempo. Mi sbilancio (con un blitz) e dico Raymond Daniels per la quantità di tornei vinti e per il repertorio tecnico.

Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?
Domanda difficile. Per il point la situazione è complessa. A volte è imbarazzante la facilità con cui un arbitro da punto in certe situazioni come anche il fatto che non si penalizzino gli atteggiamenti di melina. Cose su cui si dovrebbe fare chiarezza stabilendo un regolamento che sia inequivocabile. In linea di massima abbiamo atleti super tecnici ma arbitri ancora poco formati. Anche nel light le cose sono cambiate, passando da un impostazione più fisica del combattimento a una più veloce, tendente a un point continuato che personalmente preferisco.

Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Essere cintura nera può significare molto e può significare poco. Spesso conta più il percorso che l’obiettivo. Voglio dire che il mondo delle arti marziali è vastissimo e confuso, ci sono un sacco di scuole, di maestri, molti dei quali pubblicizzano la loro cintura nera con ostentazione e magari la loro carriera si è limitata a poche cose. Personalmente non credo così tanto alla cintura, credo di più ai contenuti. Tuttavia essere (nel senso più profondo del verbo) cintura nera significa avere maggiore consapevolezza di sé e di ciò che ci circonda, aldilà delle conoscenze tecniche. È la prova di un cammino che si è compiuto e che in molti casi continua per sempre.

Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
La semifinale dei campionati del mondo in turchia, l’anno scorso a Antalya. Nella terza ripresa eravamo entrambi molto stanchi e il mio avversario stava vincendo di poco. Non volevo mollare, mi sentivo un cane rabbioso e quando ho capito che lui era più stanco di me ho cominciato a colpirlo con più forza finchè il risultato si è portato in mio favore a cinque secondi dalla fine. Quel momento è valso una vita, è stato il riscatto da tante cose che non sono andate come volevo. Ricordo di aver pianto e anche adesso che lo scrivo ancora mi emoziono.

Il più brutto invece?
Il più brutto è durato un bel po…ed è stato quando ho creduto di non avere più buoni motivi per combattere. Un agonista attraversa spesso momenti di crisi, la mia fortuna è stata quella di parlarne con Marco Ferrarese. Lui ha avuto e ha tuttora un grande ruolo nella mia carriera. Ancor prima di far parte dell’auxe ho sempre visto in lui quel carisma e quella professionalità in grado di poter cambiare le persone in meglio. È qualcosa che sanno fare in pochi e glielo invidio (in senso buono).

Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta di ogni epoca.
Punto sulle giovani leve e su quelli che scommetto diventeranno i più forti point fighter nell’immediato futuro: Giacomo Volpato, Alberto Caniglia, Giacomo Canato, Io e Marco Ferrarese (giovani non più tanto però possiamo ancora dire la nostra). Abbiamo dei ragazzi fantastici…si fanno il mazzo a scuola e in palestra. Sono un vanto per l’Auxe e io sarei orgoglioso di combattere con loro.

Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?

Vorrei ringraziare tutto l’Auxe. Da Michele Surian alla più piccola cintura bianca. Credo di aver avuto una seconda chance come atleta, che mi ha cambiato anche come persona e questo lo devo al maestro, a Marco Ferrarese ma anche al supporto dei miei compagni di squadra e all’affetto dei bambini che alleno. Spero di poter trasmettere tutto quello che ho ricevuto in questi ultimi 3 anni con la stessa professionalità e lo stesso cuore.

Leggere è una cosa da duri: La giostra dei fiori spezzati

Cari Duri,

se non sapete che regalo mettere sotto l’albero, siamo qui a consigliarvi un libro che vi trascinerà in un’atmosfera avvolta dal mistero: La Giostra dei Fiori Spezzati.

L’autore è il padovano Matteo Strukul e, se vi piacciono i gialli alla Conan Doyle o i raccanti di Edgar Allan Poe, questo romanzo fa al caso vostro.
Il contesto è la Padova di fine ottocento, 1888, per la precisione, anno in cui a Londra si aggirava un certo Jack lo Squartatore.
Proprio in quell’anno, anche a Padova si aggira un angelo sterminatore.
Come riportato nella quarta di copertina del romanzo:
“Nelle campagne infuria la pellagra, mentre in città le luci dei quartieri più signorili e ricchi stridono per contrasto con la bolgia del Portello, la zona più popolare e malfamata della città. Ed è proprio qui, al Portello, che al termine di una notte nevosa, viene ritrovato il cadavere straziato di una prostituta. L’ispettore Roberto Pastrello capisce che le sue forze non basteranno a risolvere il caso e decide di chiedere la collaborazione di due detective d’eccezione. Il giornalista investigativo Giorgio Fanton, massimo esperto del Portello, e il famoso criminologo Alexander Weisz, intuitivo, tormentato, affascinante. Da quando, bambino, ha trovato sua madre uccisa da un assassino misterioso, Weisz ha giurato che non avrebbe mai più permesso che a una donna venisse fatto del male. Ma il trauma dell’infanzia gli ha lasciato anche una pericolosa dipendenza dal laudano. Dopo qualche riluttanza l’irruente Fanton, allegro e conviviale, molto abile nelle risse, e Weisz, geniale e anticonformista, trovano accordo e affiatamento, aiutati non solo dall’ispettore Pastrello, ma anche da Erendira, meravigliosa gitana, cartomante e prostituta, avvolta nel mistero dei suoi occhi blu in cui è impossibile non perdersi. L’assassino, però, continua a colpire finché Weisz coglie un primo collegamento negli omicidi: tutte le vittime hanno il nome di un fiore…”

La narrazione di Strukul, dopo il suo libro d’esordio La Ballata di Mila, cambia registro, abbandona il pulp per passare al genere mistery, ma senza tralasciare scene d’azione e passione.

Matteo Strukul, La giostra dei fiori spezzati, Mondadori.
Da non perdere.

Leggere è una cosa da duri: Francesco Arnone

Cari Duri,

Le ultime gare della stagione sono alle porte, mancano alcuni importanti appuntamenti e, che sia andata bene, benino o maluccio, una buona storia è sempre un’ottima compagna di viaggio per distrarsi, imparare, rilassare la mente o, perché no, ingannare il tempo in palazzetto aspettando di essere chiamati.
Sono Stefano Cosmo, e questa volta, per la rubrica Leggere è una cosa da duri, sono andato a scovare uno scrittore dall’altra parte del mondo, negli States. Il protagonista di oggi è infatti Francesco Arnone, italiano di origine e americano di adozione. Francesco è stato un campione di kickboxing, compagno di nazionale del nostro M° Michele Surian, è un affermato insegnante in California e un uomo di grande cultura.
Ho pensato così di mettermi davanti al pc e di chiedere a Francesco se gli andava di fare una chiacchierata virtuale sul suo nuovo romanzo dal titolo Jesus Smith and the Ordinary Wonders.
Il libro al momento è scritto in inglese ma speriamo non tardi ad essere tradotto in italiano perché merita.
Ad ogni modo, leggere in inglese è un ottimo esercizio per chi vuole imparare, migliorare o semplicemente mantenere la proprio conoscenza della lingua quindi il mio invito è quello di lasciare da parte paranoie varie e di mettersi a leggerlo ugualmente, anche con l’aiuto di un dizionario.
Ma veniamo al dunque: la storia messa a punto da Francesco Arnone è un’avvincente pagina dei giorni nostri intrisa di spiritualità, colpi di scena e avventura. Ha come protagonista un adolescente romano che, suo malgrado, si troverà coinvolto nella lotta delle lotte: quella tra il Bene e il Male. Inavvertitamente infatti, Jesus Smith rompe un equilibrio che durava da tempi immemori e sarà costretto ad affrontare un’orda di demoni.
Considerato lo spessore culturale di Francesco Arnone e la sua grande conoscenza delle arti marziali, non ho saputo resistere dal fargli un’intervista. Ecco come mi ha risposto:

1- Francesco, sei stato un campione di arti marziali assieme al nostro Maestro Michele Surian. Entrambi siete stati campioni di altissimo livello, entrambi avete scelto di insegnare ed entrambi avete scritto un libro…vi inseguite o c’è qualcosa nella vostra formazione e nel vostro modo di essere che vi accomuna?

Stefano, grazie per le belle parole! Michele ed io siamo piu’ fratelli che amici, e come tali abbiamo tante cose in comune. Fra queste, l’essere degli insegnanti… I nostri lavori letterari non sono altro che un ulteriore modo di condividere un messaggio. Non ci siamo mai inseguiti, neanche quando cercavano invano di farci competere, ma ci siamo sempre ritrovati, seppur alla fine di sentieri diversi.

2- Segui ancora la kickboxing? Secondo te cosa è cambiato da quando gareggiavi?

Di recente, grazie ai social media, ho ripreso a seguire un po’ la kickboxing, ma da buon artista marziale non ho mai smesso di praticare e, per motivi professionali, insegnare.
Non sono addentro abbastanza da poterti dare una risposta completa, ma mi sento di poterti dire qualcosa in merito alla specialita’ nella quale gareggiavo . Mi piace il cambio del nome da Semi Contact a Point Fighting (era ora) ma vorrei vedere piu’ colpi e meno tocchi, un problema che già esisteva ai miei tempi ma che ha raggiunto proporzioni estreme. A volte guardando dei video mi viene da chiedere…”…dov’e’ il fioretto?”
La guardia e’ cambiata, si fa punto con tocchetti e tecniche che ai miei tempi non contavano. Sono certo che ci sono ancora tanti atleti capaci di colpire, ma il criterio arbitrale porta alla formazione di atleti ai quali basta solo toccare per vincere. Credo si possa fare di meglio, e mi auguro che dirigenti, tecnici e arbitri lavorino quanto prima, ed in modo corale, in questa direzione.

3- Veniamo al tuo libro “Jesus Smith and the Ordinary Wonders”. E’ la storia di un dodicenne romano che, per difendere il custode di una chiesa, causa inavvertitamente una rottura tra due dimensioni che riguardano ognuno di noi: il Bene e il Male. Ti va di raccontarci qualcosa di più della storia?

Il mio racconto e’ un tentativo di rispondere a tre domande fondamentali:
Da dove veniamo? Perche’ siamo qui? Dove stiamo andando?.
Lungi dal voler dare delle risposte assolute, il mio racconto illustra un sogno che dal libro della Genesi zumma nella vita di Jesse, un dodicenne capace di liberare le menti e riconquistare il Giardino dell’Eden. Presento la nostra esistenza terrena come un giorno di scuola, ovvero un semplice passo verso la promozione, alias l’estasi del riunirsi a Dio.
Per evitare la tediosita’ insita nei discorsi filosofici e teologici, ho celato il mio messaggio di speranza e salvezza dentro una novella che parla di uno di noi, dei suoi amici e della guerra atavica fra I demoni invidiosi e i fragili esseri umani, con la sola differenza che stavolta, grazie a Jesse, gli umani cominciano a vincere.

4- Secondo te, nella vita di tutti i giorni, è così netta la distinzione tra Bene e Male?

Secondo me non esiste nulla di assoultamente buono o assolutamente cattivo, in quanto il bene puo’ essere foriero del male, e viceversa. Il Taoismo e’ la corrente di pensiero nella quale mi riconosco di piu’, e lo Yin Yang e’ per me un simbolo chiave.
Ogni cosa che esiste in natura ha il proprio opposto – ogni cosa che esiste in natura contiene intimamente il proprio opposto.
Far l’elemosina puo’ essere considerato un bel gesto, ma e’ anche il motivo per il quale il mendicante continuera’ a mendicare. Abbattere un animale puo’ essere crudele, ma puo’ anche essere un atto di compassione.

5- Come ti è nata l’idea di un libro come questo?

Ci sono due talenti che si sono manifestati sin da quando ero bambino: la destrezza nelle attivita’ motorize e la facilita’ nello scrivere. Ho scritto tanto nella mia vita, ottenendo borse di studio come studente e riconoscimenti come educatore. Volendo finalmente scrivere un racconto, corroborato dal successo del maghetto Harry Potter, ho scelto di scrivere della vera magia che si rivela davanti ai nostri occhi quando avviene il risveglio della mente.


6- Molti praticanti e insegnanti di arti marziali scrivono romanzi. Tanto per fare alcuni nomi possiamo citare Don Winslow, Joe R. Lansdale, Katherine Dunn (praticava pugilato), in Italia abbiamo Franceschini, Carofiglio e molti altri ancora. Per altri sport a mio avviso non si può dire lo stesso. E’ una casualità o secondo te c’è un nesso?

Scrivere e’ per sua natura una scelta alternativa, che ci porta a isolarci e dirigerci in un viaggio interiore, magari mentre gli altri si aggregano e indulgono in piaceri piu’ tangibili. Optare per le arti marziali e’ un po la stessa cosa, una corsa nel bosco anzicche’ una festa in discoteca. Non mi sorprende che tanti artisti marziali siano anche degli scrittori.


7- In “Jesus Smith and the Ordinary Wonders” dici che gli esseri umani hanno preferito la conoscenza all’innocenza. Il riferimento è alla famosa mela dell’Eden. Secondo il tuo punto di vista di professore e artista marziale, che differenza c’è tra innocenza e ignoranza?

L’innocenza e’ la capacita’ di godere dei propri doni senza volerli farli a pezzi per sapere come funzionano e doversi poi pentire quando si cerca di rimetterli insieme e ci si rende conto che non funzionano piu’. L’innocenza non implica l’ignoranza, in quanto si puo’ essere supremamente dotti ed, al tempo stesso, innocenti. E’ il modo in cui vengono descritti Adamo ed Eva, prima che commettessero il Peccato Originale.


8- Come mai hai scelto la figura di un adolescente come protagonista del tuo romanzo?

Ci sono tanti numeri simbolici nel mio romanzo; incoraggio I miei lettori a trovarli, magari con un piccolo aiuto disponibile nel mio sito.
Non è un caso che Jesse scopra i suoi poteri quando sta per compiere 12 anni.
Dodici è il numero più ricorrente nella Bibbia, ed è utilizzato anche nella nostra società di oggi per rappresentare tutto ciò che giunge a compimento.
«E il muro della città aveva dodici pilastri, e su quelli erano i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.” (Apocalisse 21:14).

9- Personalmente trovo che leggere in una lingua diversa dalla nostra e che si vuole imparare sia un’esercizio straordinario. Lo hai fatto anche tu i primi tempi che eri negli States? Quando lo potremmo trovare tradotto in italiano?

Dopo tredici anni di Inglese scolastico, il problema piu’ grande che incontrai non fu leggere/scrivere in Inglese ma estrarre suoni distinti dai crampi fonetici che percepivo. Fu una sorta di stretching mentale, “full immersion”, un esercizio straordinario ma anche frustrante, ogni qualvolta il mio Inglese di allora non riusciva a tenere il passo con il mio Italiano. Dico sempre che negli States ci sono arrivato due volte, fisicamente prima, foneticamente sei mesi dopo. Adesso ho scritto un racconto in Inglese…pensa un po!!
Tutto dipende da come il mio libro verra’ accolto dal pubblico. Il piano e’ di tradurlo in molte lingue, fra le quali, ovviamente, l’Italiano.

10- Immagina di parlare a un ragazzino italiano della stessa età di Jesus Smith: in base alla tua esperienza, che consiglio gli daresti per affrontare meglio la vita?

Non c’e’ nulla di cui aver paura. La vita non e’ altro che un giorno di scuola.
Siamo qui per imparare qualcosa, dopodicche’ si ritorna a casa.
Dio e’ un padre che ci ha iscritti alla scuola della vita e, anche se non fa i compiti per noi, e’ sempre disponibile se gli chiediamo aiuto.
Ecco un piccolo esercizio per quel ragazzino, da buon insegnante.
Traduci questa mia rima:
DO YOUR BEST, DO YOUR BEST…AND THE LORD WILL DO THE REST!

Il romanzo di Francesco Arnone sarà disponibile a partire da fine giugno su Amazon, sia in versione cartacea che ebook. Non perdetevelo!

Psicologia dello Sport e Mental Training: 10 domande a Cristina Rampin

Capita spesso di restare impressionati davanti allo sguardo di atleti di alto livello in gara. C’è qualcosa nei loro occhi, una sorta di luce che anche i profani riescono a percepire. Concentrazione, determinazione, sete di vittoria…i nomi e le definizioni possono essere decine ma non è questo il punto: se vuoi performare al meglio, o anche se solo vuoi andare oltre i tuoi limiti, migliorare in qualsiasi disciplina o ambito della vita, arriva un momento in cui ti rendi conto che il mero allenamento fisico non basta. La metodologia e programmazione dell’allenamento sono ottime alleate, ma qualcosa dentro di te dice che c’è altro su cui lavorare. La testa.
Tizio: “Questo mese mi sono allenato cento ore”.
Caio: “E quante di queste ore hai dedicato all’allenamento mentale?”
Tizio: “Eh?”
Molti di noi hanno visto una reazione simile davanti a una domanda come quella posta da Caio e, magari, ce la siamo posti guardandoci allo specchio.
Corpo e mente interagiscono di continuo quando ci alleniamo, quando siamo in gara, quando ci riposiamo.
Eppure…eppure capita, soprattutto ai non professionisti, di tralasciare l’aspetto mentale degli sport da combattimento.
“Fa attenzione a come parli con te stesso, perché stai ascoltando” recita una frase di Lisa M. Hayes.
Da qualche tempo, una parte consistente della nostra squadra agonisti e istruttori Auxe ha intrapreso un percorso di formazione e apprendimento dedicato all’allenamento mentale.
Per questa settimana, all’interno della nostra rubrica dedicata alle interviste, abbiamo deciso di mettere da parte le consuete domande rivolte a cinture nere e istruttori e siamo andati a bussare alla porta di una psicologa dello sport, la dott.ssa Cristina Rampin, per avere alcune risposte da condividere con voi.

1. Ciao Cristina, prima di ogni altra cosa, che cos’è la Psicologia dello Sport?

La Psicologia dello Sport e dell’esercizio fisico è una scienza che nasce dal connubio tra le scienze motorie e la psicologia. L’allenamento integrato (fisico, tecnico e psicologico) ha reso possibile l’incontro tra questi due mondi apparentemente diversi.
La definizione di psicologia dello sport e dell’esercizio fisico che maggiormente viene utilizzata ed accettata è quella proposta nel 2008 da Gill & Williams:
“La Psicologia dello Sport e dell’esercizio fisico è lo studio scientifico dei comportamenti sportivi e motori delle persone e le applicazioni pratiche di queste conoscenze”
La psicologia dello sport e dell’esercizio nasce principalmente con due obiettivi:
Comprendere come i fattori psicologici influenzino le performance fisiche individuali.
Comprendere come la partecipazione allo sport influisca sulla salute, sul benessere e sullo sviluppo psicologico della persona.

2. E il mental training? Cos’è?
Il Mental Training è un “programma articolato di allenamento psicologico, composto da diverse tecniche selezionate in base alla specificità della singola disciplina sportiva, degli obiettivi da raggiungere e delle caratteristiche di personalità dell’individuo” (Haase, Hansel 1995).
La preparazione mentale può essere definita come uno “strumento di ottimizzazione del potenziale atletico, tecnico e tattico, nel tentativo di riprodurre la peak performance agonistica. Alla base lo sviluppo delle abilità mentali possedute dall’atleta” (Weinberg & Gould, 1995).

3. Quali sono le abilità mentali da allenare per chi pratica il nostro sport?

Le abilità mentali di base da considerare nei programmi di preparazione sono le seguenti:

Goal Setting (formulazione degli obiettivi). La formulazione degli obiettivi rappresenta un momento fondamentale di ogni programmazione didattico-metodologica, poiché definisce gli standard di livello condizionale e di abilità tecnico-tattiche che ci si prefigge di raggiungere a breve, a medio o a lungo termine. Nello stesso tempo, rappresenta un’importante strategia motivazionale, in grado di influenzare positivamente la prestazione di atleti di varie età e di diverso livello. Avere obiettivi precisi e chiari aiuta a dirigere l’attenzione sugli aspetti importanti del compito, ad attivare e modulare un impegno adeguato e persistente nel tempo, a sviluppare nuove strategie di apprendimento: consente infatti di avere precisi riferimenti di confronto e di impegnarsi in maniera specifica per acquisire le competenze necessarie, ricavandone sensazioni di successo. Gli obiettivi possono essere espressi in termini quantitativi oppure possono essere qualitativi (Cfr. Bortoli, L., 2010). Gli obiettivi, comunque, indipendentemente se espressi in termini quantitativi o qualitativi, dovrebbero essere specifici, misurabili, attuabili (ovvero raggiungibili), rilevanti (importanti per le persone e collegati al risultato della squadra e devono fornire un livello di soddisfazione tale da giustificare lo sforzo), tempificati (a breve, medio e lungo termine), emozionanti, riveduti (se interviene un fatto sostanziale che muta radicalmente la situazione di mercato, il buon obiettivo va formulato nuovamente, per adattarlo alle nuove condizioni), formulati in termini positivi.

Modulazione dell’attivazione/arousal. In psicologia fisiologica il termine arousal (dall’inglese eccitazione, risveglio) indica l’intensità dell’attivazione psicofisiologica di un organismo che varia lungo un continuum che va dal sonno profondo all’intensa eccitazione (cfr. Gould et. al., 2002). Quando si deve affrontare una performance sportiva il nostro organismo, nella sua accezione di unità mente-corpo, si prepara ad affrontarla attraverso un’attivazione psicofisiologica mettendo in moto una serie di processi caratteristici. Al fine di spiegare la relazione fra attivazione, processi di autoregolazione e prestazione sono state proposte diverse teorie. Due modelli divenuti ormai classici sono la Drive Theory (Hull, 1943; Spence & Spence, 1966) secondo cui esisterebbe una relazione lineare fra attivazione e prestazione, il modello della U capovolta (Yerkes & Dodson, 1908) che identifica una relazione curvilinea fra attivazione e prestazione. Recentemente sono stati introdotti nuovi modelli e, tra questi, ha trovato ampia diffusione il modello IZOF (Hanin, 1995, 2000, 2007) il quale afferma che il livello ottimale di attivazione fisica e mentale è strettamente individuale.
Tutte queste ricerche in Psicologia dello Sport hanno evidenziato come esista uno strettissimo rapporto tra l’attivazione psicofisiologica e la riuscita di una buona prestazione. La maggior parte degli allenatori e degli atleti ritiene che il grado di competenza dell’atleta nel saper riconoscere e autoregolare il proprio livello di attivazione è uno dei fattori decisivi nella prestazione. Ci sono situazioni in cui gli atleti sono attivati in modo eccessivo e devono così servirsi di strategie per abbassare questi livelli. Vi sono invece situazioni opposte, in cui il grado di attivazione è troppo basso e devono essere utilizzate strategie per incrementarlo sino a un livello ottimale. Molte strategie di attivazione o di disattivazione vengono utilizzate da allenatori, atleti e psicologi dello sport. Alcune di queste sono tecniche somatiche, altre invece sono tecniche cognitive (Cfr. Cei, 1998).

Controllo dei processi attentivi (controllo del focus che deve essere funzionale e proficuo per la prestazione).
Gestione dello stress e delle emozioni.

Controllo delle abilità immaginative (imagery). L’imagery ha a che vedere con l’uso di tutti i sensi per creare o ricreare un’esperienza sensoriale (non solamente con il canale visivo). Creare qualcosa di già visto o creare qualcosa ex-novo. L’imagery è considerata la più popolare ed intuitiva tecnica di allenamento mentale finalizzata al raggiungimento degli obiettivi desiderati, per migliorare la prestazione. L’imagery nello sport può essere utile per: ottimizzare la prestazione e migliorare i processi di apprendimento (es. tecnica del Mental Rehearsal), facilitare pensieri ed emozioni correlati alla performance,rivedere gli aspetti cognitivi e simbolici del compito rafforzandoli, migliorare la percezione di auto-efficacia, regolare l’arousal, training riabilitativo integrato in caso di infortunio.

Controllo dei pensieri (self talk). Il controllo del self talk riguarda un processo consapevole focalizzato sul dialogo interno degli atleti nel momento in cui viene svolta l’azione. I pensieri influenzano direttamente la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e del mondo. Il nostro dialogo interno, consapevole o meno, è quindi un mediatore delle nostre azioni, reazioni ed emozioni presenti e future.
I pensieri si associano infatti ad immagini mentali le quali si legano ad aspettative di successo o fallimento.
E’ importante quindi prendere consapevolezza di questo dialogo interno per poi andare, tramite alcune tecniche (es. Thought Stopping e Centering), a stoppare, o quantomeno a ridurre, i pensieri negativi e “tossici” trasformandoli in pensieri strategici, costruttivi e potenzianti per la prestazione.
Tutte queste abilità mentali possono essere apprese ed allenate allo stesso modo in cui si apprendono ed allenano aspetti motori, tecnici, tattici e strategici.
Non ci sono delle abilità mentali più importanti ed efficaci di altre per il vostro sport. E’ consigliato conoscerle ed apprenderle tutte di modo da comprendere quelle più funzionali per sé stessi, per le proprie caratteristiche individuali di persona-atleta e per le proprie esigenze.

4. Molto spesso capita di dedicare molto tempo alla preparazione atletica, poi si arriva in gara e ci si rende conto che il fattore emotivo blocca i nostri movimenti. Perché?

Bisogna sempre ricordare che la prestazione è il risultato della combinazione tra abilità fisiche/motorie, abilità tecniche, abilità mentali e abilità strategiche. Quindi anche i pensieri, le sensazioni e le emozioni influenzano, positivamente o negativamente, la prestazione la quale può scostarsi molto da quella potenziale.

5. Che cos’è la paura di salire sul quadrato?
Non saprei descrivere e/o spiegare che cos’è la paura di salire sul quadrato. Posso dire soltanto cosa farei se una persona venisse da me e mi dicesse che ha paura di salire sul quadrato chiedendo il mio aiuto. In questo caso innanzitutto chiederei alla persona di descrivere in maniera più accurata e specifica questa paura: paura di cosa? Di farsi male? Di combattere? Paura dell’avversario?
Prima di intraprendere qualsiasi intervento o di dar consigli strategici è necessario che lo Psicologo dello Sport avvii una fase di assessment raccogliendo ed integrando più informazioni possibili (non solo dall’atleta ma anche dai tecnici ad esempio) riguardanti la problematica esposta. Solamente con questa modalità è possibile progettare efficaci programmi e/o strategie di intervento individualizzati.

6. Secondo la tua esperienza, è giusto usare un approccio del tipo “Non devo aver paura, la paura è per i deboli” oppure fare i duri e puri a tutti i costi può essere anche controproducente per l’atleta?

Anche in questo caso è tutto soggettivo. Se per l’atleta è funzionale ed efficace per la prestazione avere un self talk del tipo “Non devo aver paura, la paura è per i deboli” non c’è nulla di sbagliato. Se, al contrario, la prestazione non è soddisfacente, allora in questo caso è possibile andare ad indagare i punti di forza e di debolezza dell’atleta, sempre tramite una prima fase di assessment, cercando poi, attraverso un programma di intervento individualizzato, di avvicinare, per quanto possibile, il gap tra la prestazione reale e la prestazione potenziale. Se nella fase di assessment si scopre, tramite test, osservazione e colloqui, che il self talk utilizzato non è proficuo, efficace e funzionale per quella persona, influenzando negativamente la prestazione, allora si andrà ad intervenire con una ristrutturazione del self talk.
Ad ogni modo, le ricerche scientifiche riguardanti il self talk, ci dicono che generalmente risulta essere più efficace ed utile utilizzare un self talk positivo: frasi e parole formulate in termini positivi (senza usare il “non” per esempio). Questa modalità andrebbe infatti ad accrescere la propria percezione di efficacia.

7. Molto spesso si associa la respirazione a una pratica di rilassamento. E’ sempre così? La respirazione serve solo per rilassarsi?

Il respiro può essere utilizzato sia per generare uno stato di rilassamento psicofisico sia per produrre uno stato di eccitamento psicofisico.
Vi sono infatti varie tecniche di respirazione che possono essere apprese ed esercitate per poi essere utilizzate secondo le esigenze (es. respirazione quadrata; respirazione rettangolare; respirazione a conteggio 1:2; respirazione a conteggio 1:1). Ad ogni modo è importante che ogni persona sperimenti varie tecniche di respirazione per arrivare a comprendere quella che più gli si adatta sia per procurare uno stato di eccitamento che di rilassamento psicofisico.

8. Parlare con se stessi e autostima: ci puoi dire qualcosa a riguardo?
Come ho spiegato nella risposta alla domanda n.3 il self talk (dialogo interno) influenza direttamente la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e del mondo.
Il self talk è un mediatore delle nostre azioni, reazioni ed emozioni presenti e future. I pensieri si associano sempre ad immagini mentali le quali si legano ad aspettative di successo o fallimento. Da qui lo stretto rapporto tra self talk e autostima/autoefficacia.

9. Spesso un atleta dopo un allenamento andato male o una cattiva prestazione in gara ha la tendenza a buttarsi giù. Secondo te c’è qualche pensiero che può aiutare a superare il momento di difficoltà?
Allenamenti andati male o cattive prestazioni in gara possono capitare e fanno parte del percorso di ogni atleta. L’importante è ricavare sempre qualche insegnamento da queste esperienze che aiutano a conoscersi meglio come atleti e come persone. Inoltre è fondamentale attribuire temporaneità alla sensazione.

10. Lasciamoci con un consiglio pratico: sono in palestra o in gara, vedo che c’è uno bravo, molto bravo e si fanno avanti tutta una serie di sensazioni quali panico, angoscia…in pratica mi sento a disagio. Cosa posso fare?
Se si sono apprese ed allenate le abilità mentali, si saprà cosa fare.

10 domande a…Manuel Saterini

All’interno della rubrica 10 domande a… questa volta ospitiamo Manuel Saterini, cintura nera dell’Auxe e co-fondatore della marca di abbigliamento sportivo Grips. Abbiamo voluto fargli alcune domande per conoscere meglio lui, il suo brand e per capire se la pratica del nostro sport lo ha aiutato nello sviluppo di un’attività imprenditoriale di successo.
Manuel ha iniziato a praticare la kickboxing nel 1982. E’ stato campione regionale juniores Wako dal ‘85, all’ 87 nella categoria -74kg, campione regionale senior nel 1988 nei -79 kg, vincitore Coppa Italia Wako nel 1987 nei -74kg, vincitore del Grand Champion città di Venezia nel 1988 -79kg, vincitore Trofeo Zen Shin nel 1989 -79kg, vincitore Trofeo Passarini nel 1989.
Sospende l’attività agonistica per 15 anni per riprenderla nel 2005 ottenendo i seguenti risultati diventando vice campione italiano Wka nel 2005, categoria over 35 -75kg. Vince poi il titolo di Campione italiano Wka nel 2006 categoria over 35 -75kg.

1. Ciao Manuel, cosa vuol dire per te essere una cintura nera?

Di sicuro è un traguardo di cui vado molto fiero.
Anche se sarebbe politicamente corretto dire che non si finisce mai di imparare, in realtà indossare una cintura nera in qualche modo ti fa pensare “ce l’ho fatta!”.
E’ il sigillo perfetto a tanti anni di costanza e impegno, e ogni volta che me la annodo è come se li rivivessi.
Stupendo!

2. Dietro il marchio Grips Athletics c’è anche il tuo nome. Ci puoi raccontare come è nata l’idea di lanciarsi nel settore dell’abbigliamento sportivo?

Questa è una domanda che ci fanno tutti.
La risposta vera sarebbe un po’ meno romanzata di quella che ti sto per dare.
Diciamo che sul mercato non c’era un brand che facesse roba “fica” e quindi abbiamo deciso di farcela da soli.
Il problema (per gli altri) è che Grips Athletics è la costola di una holding che ha un’anima italiana e produce abbigliamento sportivo da 23 anni.
Due elementi che, a quanto pare, stanno facendo la differenza.

3. Spesso si dice che praticare arti marziali in un certo modo aiuti anche ad affrontare meglio la vita e le sue difficoltà. Per te è stato così?

E’ un pensiero che faccio spesso.
Certe volte so essere così appassionato, determinato e metodico nelle cose che faccio, che risulta evidente quanto il mio percorso marziale mi abbia formato.

4. Avere un background da agonista di kickboxing aiuta negli affari?

In generale credo di si, se non altro perché il mondo degli affari è competitivo.
Io nel lavoro ritrovo più o meno tutti gli elementi che caratterizzano lo sport agonistico: prestazione, stress emotivo, frustrazione dopo una sconfitta, gioco di squadra e molto altro.
Non a caso nelle mie aziende ho spesso organizzato incontri formativi con blasonati allenatori sportivi.

5. Grips Athletics è approdata sul mercato non solo con prodotti di qualità, ma anche con sponsorizzazioni a vari atleti di MMA e BJJ, cosa che purtroppo al giorno d’oggi non fanno in molti. Come mai questa scelta?

Esistono molte strade che possono portare un brand alla ribalta.
Nella nostra strategia è sempre stato chiaro il concetto di “family”.
Uno dei momenti che amo di più del mio lavoro è quando metto insieme istruttori, praticanti, agonisti e superstars.
Sapere che il loro denominatore comune è un brand… non finisce mai di emozionarmi.

6. Quando gareggiavi chi era l’atleta a cui ti ispiravi maggiormente?

La mia carriera agonistica si è svolta in due fasi: una in cui ero molto giovane (fino ai 22 anni) e una in cui ero molto vecchio (fino ai 40 anni).
In mezzo una parentesi come ciclista amatoriale.
Perciò quando guardo indietro è come se vedessi due persone differenti: la prima ingenua e arrogante, la seconda matura e un po’ meno arrogante.
Da ragazzo l’incontro che mi ha influenzato di più è stato quello con Michele Surian, allora nel pieno della sua carriera agonistica e quindo molto più concentrato (giustamente) su sé stesso che sugli allievi.
In quel periodo imparare da lui era un po’ come rubare.
Nella fase adulta del mio agonismo ho invece ritrovato una coppia di allenatori, Surian-Ferrarese, che ancora oggi rappresentano una vera e propria eccellenza.

7. La tua vittoria più bella?

Ne ricordo almeno tre che mi hanno messo le ali.
Scelgo la più recente, quando a 40 anni ho vinto una gara di selezione per la nazionale sia nella categoria veterani sia nella categoria senior, battendo in semifinale un ragazzo che qualche mese dopo avrebbe vinto il campionato del mondo.
Ancora oggi, quando scorro le vecchie foto, mi scappa un sorriso quando arrivo all’immagine di me sorridente e con due coppe in mano.

8. Chi avvia un’attività imprenditoriale in un contesto economico difficile come quello attuale rischia di essere visto da molti alla stregua di un pazzo o un visionario. Cosa rispondevi a quelli che ti dicevano di lasciar perdere?

Nel nostro caso l’unione ha fatto la forza.
Siamo un bel gruppo di lavoro, ognuno ha un ruolo diverso, delle esperienze diverse e tanto tanto entusiasmo.
Per la mia vita Grips Athletics rappresenta una svolta epocale.
Però confermo che trasformare una passione in un business non ha davvero prezzo.

9. Hai delle regole, degli aforismi o qualcosa che tieni sempre presente in ciò che fai?
L’unica regola che seguo è quella della costanza.
Ogni giorno un mattone, il tempo passa e il castello prende forma.

10. Quali sono i progetti futuri della Grips Athletics?

Continueremo a implementare la parte combat che è la nostra vera anima.
Allo stesso tempo diventeremo sempre più un brand “athletics” e le collezioni piano piano saranno sempre più trasversali.
Ma piano piano.

Leggere è una cosa da duri

Leggere è una cosa da duri non è solo una semplice rubrica, bensì una sfida. In un paese dove si legge poco ma che ha un patrimonio artistico inestimabile, dove i “lettori forti” sono poco più del 5% della popolazione nazionale, leggere diventa un atto di coraggio. Come Auxe, vogliamo promuovere la crescita delle persone che fanno parte della nostra associazione e, per queste ragioni, pensiamo che i libri siano una parte integrante di questo processo di crescita. I libri che consigliamo hanno protagonisti tosti o hanno a che fare con il mondo dello sport. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, facciamo un riassunto dei nostri consigli di lettura targati 2013:
- Yukio Mishima, Lezioni spirituali per giovani samurai e altri scritti, Universale economica Feltrinelli, euro 7.00, 126 p.
- Andre Agassi, Open, Einaudi Editore Stile libero Extra, 2011, pp. 504 € 20,00.
- Massimo Carlotto e Marco Videtta, Le Vendicatrici: Ksenia, Eva, Sara, Luz. Einaudi, euro 15
- La sfida dell’eccellenza, Michele Surian, Mursia Editore.

Questa volta il consiglio di lettura che vi diamo porta la firma di Robet Crais, e si intitola L.A. Killer. E’ un thriller molto veloce, con uno stile di scrittura da vero professionista della penna. I due personaggi principali sono Elvis Cole e Joe Pike, due ex poliziotti ora detective privati, entrambi esperti di arti marziali. Il primo, al risveglio, spesso esegue kata di Taekwondo mentre il secondo, molto più taciturno, mette molto più in pratica le arti marziali quando incrocia i suoi nemici.
Un giorno la figlia di un ricco uomo d’affari viene uccisa, il padre della ragazza vuole la verità e per arrivarci decide di ingaggiare i nostri detective. Per loro fin da subito non sarà solo un semplice caso da risolvere perché Karen, la ragazza uccisa, un tempo era la ragazza di Joe Pike. Non fate l’errore di considerarlo un romanzo da ragazzacci, tutto calci e pugni. Crais sa usare magistralmente l’arte del narrare, rapendo l’attenzione del lettore con paesaggi, sapori e colori tutti stars and stripes.

L.A. Killer, Robert Crais, Piemme Best seller, euro 11.

Leggere è una cosa da duri Special Edition

Direttamente dall’Auxe Summer Camp ecco a voi un’edizione speciale della nostra rubrica dedicata ai libri.

Per trovare l’autore questa volta non siamo andati lontano, dal momento che è il M° Michele Surian!
Proprio in questi giorni, edito dalla casa editrice Mursia, è uscito il suo primo libro, La Sfida dell’Eccellenza: arti marziali e tecniche sportive nella vita di tutti i giorni.
Si tratta di un romanzo che racconta la vita di Syd, campione di point fighting, e Phil, allenatore della stessa disciplina.
Forse per la prima volta in assoluto una disciplina come il point fighting viene inserita all’interno di un contesto narrativo.
Attenti però a non commettere l’errore di considerarlo solo come un romanzo sportivo: La Sfida dell’Eccellenza è un libro adatto a tutti coloro che vogliono migliorare e sono alla costante ricerca della massima prestazione, in qualsiasi settore. Dall’atleta di kickboxing al fondista di atletica, dallo studente universitario al manager, i contenuti del romanzo possono essere trasferiti a tutte queste figure. Scritto impeccabilmente e con uno stile asciutto e scorrevole, La Sfida dell’Eccellenza ha il merito di essere un romanzo interattivo. Già, proprio così. I più audaci tra i Duri che seguono la nostra rubrica possono vivere il romanzo mettendo in pratica i numerosi consigli che Michele Surian mette a disposizione dei lettori. Anni di studi, di esperienza e di conoscenza prendono forma tra le parole e le situazioni in cui i protagonisti si muovono, regalando spesso al lettore uno specchio che riflette situazioni a lui (o a lei) familiari.
Con le premesse di campioni del calibro di Franz Haller, Gregorio “Grillo di Leo” e il nostro M° Marco Ferrarese, la Sfida dell’Eccellenza entra nel panorama letterario attuale come una novità, una lettura che molti Duri aspettavano.

Se avete anche voi voglia di accettare la sfida verso l’eccellenza, non perdete altro tempo: Michele Surian, La Sfida dell’Eccellenza, Mursia editore.

Leggere è una cosa da duri

Che siate sotto l’ombrellone o a casa impegnati nel tentativo di rilassarvi tra un allenamento e l’altro in vista della prossima stagione agonistica, c’è sempre un’ottima cosa che potete fare: leggere.

E per non lasciarvi soli davanti alla libreria, avvolti dal dubbio su quale libro scegliere, ecco arrivare in vostro soccorso la nostra rubrica.

Questa volta non ci accontentiamo di consigliarvi un libro o due, bensì quattro, mettendoli assieme come una combinazione da portare sui colpitori, ovviamente alla massima intensità.

Stiamo parlando del ciclo di romanzi de “Le vendicatrici”, scritti da Massimo Carlotto e Marco Videtta, pubblicati da Einaudi.

Le protagoniste di questi romanzi sono quattro: Ksenia, Eva, Sara e Luz e ad ognuna di loro è dedicato un romanzo.

L’idea innovativa di questo progetto è che i romanzi si possono leggere senza un ordine preciso, potete cominciare dalla vicenda di Ksenia, la siberiana portata in Italia da un uomo senza scrupoli per essere venduta, oppure da Eva, una solare quarantenne romana sposata con un uomo che la tradisce con il gioco d’azzardo e con Melody, giovane, bella e figlia del boss di un pericoloso clan di criminali.

L’uscita degli ultimi due romanzi della saga dedicati a Sara e Luz sono previsti per settembre e novembre.

Non vi resta che andare in libreria, perché leggere non è da tutti. E’ una cosa da duri.

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