City Camp Olimpico: Andrea Minguzzi

Andrea Minguzzi è un atleta davvero fuori dall’ordinario. Anche chi non mastica di lotta ha modo di apprezzare le sue doti atletiche.
Si è aggiudicato un titolo a squadre (2006) e 10 titoli individuali (dal 2000 al 2013) a livello di campionato italiano; mentre sia nel 2007 che nel 2008 ha vinto la medaglia di bronzo agli Europei di categoria.
Il 14 agosto 2008 ha battuto in finale l’ungherese Fodor (favorito alla vigilia) e si è laureato campione olimpico a Pechino, secondo azzurro a riuscire in tale impresa venti anni dopo il suo maestro Vincenzo Maenza.
Al City Camp avremo la fortuna di vederlo in azione e, in attesa delle sue lezioni, lo abbiamo intervistato.

1. Come ti sei avvicinato alla lotta?
Mio padre era allenatore in una piccola palestra in un paesino vicino Imola, Mordano (US Placci Bubano), fin da
piccolissimo lo seguivo in palestra prima per gioco poi per passione.

2. In alcuni Paesi la lotta è considerata sport nazionale. Secondo te cosa manca in Italia per darle risalto?
La Lotta non è uno sport popolare in italia, le cose da migliorare sono molte, principalmente ci vuole un
impegno maggiore e innovazioni da parte della Federazione.

3. Ultimo libro letto e serie televisiva che ti crea dipendenza.
Serie tv FRINGE, ultimo libro Cecità di José Sramago

4. Tensione pre gara. Ne soffri? Come la gestisci?
Visualizzazione tecniche, esercizi di respirazione.

5. Come è stata la tua vita dopo aver vinto l’oro olimpico?
Più o meno come prima, la lotta non è uno sport che ti arricchisce.

6. Parliamo di MMA. Ci hai mai fatto un pensierino?
Sono appassionato, conosco e pratico le varie discipline che la compongono per diletto, ma ormai ho un’età!
In italia gli sport di combattimento non hanno grossi ingaggi, se fossi stato in USA probabilmente ci avrei
pensato più seriamente.

7. Ho sentito di atleti che dopo aver vinto la medaglia d’oro se la tenevano addosso anche quando andavano in
bagno. È stato così per te?
Diciamo che non l’ho abbandonata.

8. Domanda di gossip: durante l’Olimpiade di Londra 2012 il Corriere aveva dedicato un articolo alle storie
d’amore tra atleti nate nel villaggio olimpico…a Beijing è stato lo stesso?
Le olimpiadi per un lottatore non sono momento di grossi svaghi, prima della gara c’è il peso e la tensione, dopo
si torna a casa. Non ho avuto queste fortune!
9. Come è strutturata la giornata tipo di un atleta di lotta che deve prepararsi per un evento come le olimpiadi?
7 risveglio muscolare, 10 allenamento , 16 allenamento. Il resto riposo, monotono ma efficace.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Allenatori Genitori Amici, ma ormai già ho ringraziato tutti!

10 domande a… Georgian Cimpeanu

Per chi gravita attorno al mondo delle competizioni il nome di Georgian Cimpeanu è cosa nota. A livello nazionale è uno dei migliori atleti e si può vantare di aver vinto nello stesso anno il titolo italiano nel point, nel light e nella kick-light.
Ha vinto numerosi titoli a livello nazionale e internazionale e avremo il piacere di averlo tra i nostri ospiti alla quattordicesima edizione dell’Auxe City Camp che si terrà a Peseggia (Scorzè) dal 26 al 29 maggio.
Georgian ha scelto di fare dello sport la sua vita, e noi gli abbiamo chiesto di rispondere alle domande della nostra rubrica per conoscerlo meglio.
Lo ha fatto nell’unico modo che conosce: da grande campione.

1. Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?
All’età di 6 anni mio padre mi portò a vedere una lezione di karate con il mio attuale maestro. Me ne sono subito innamorato e da li non ho più smesso

2. Un atleta al quale ti sei ispirato.
Per anni fu Raymond Daniels, visto per la prima volta nel 2006. Cercavo di copiarlo in tutti i suoi gesti durante il combattimento. Mi sono ispirato anche a due campioni italiani, Domenico De Marco e Andrea Lucchese i quali erano tra i più tecnici e spettacolari atleti del momento.

3. Ultimo libro letto e serie televisiva che ti crea dipendenza.
L’ultimo libro letto è stato “La sfida dell’eccellenza” di Michele Surian che ogni tanto ripasso prima di qualche torneo. Sulle serie televisive potrei scrivere un tema, visto che sono molto appassionato, ma mi limito a citare le mie preferite: Breaking bad, The walking dead e Game of thrones.

4. Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Raymond Daniels


5. In cosa il pointfighting e il light contact di oggi sono cambiati rispetto al passato?

Il point fighting secondo me è cambiato in peggio. Le abilità degli atleti sono alle stelle già dai cadetti ma non possono emergere al meglio a causa di un regolamento non rispettato. Tutto ciò rende il point fighting, oggi, un combattimento monotono basato su 3-4 tecniche fondamentali. Mentre il light contact, con il fatto che molti point fighters combattono anche in questa disciplina, è diventato un combattimento molto dinamico dove gli atleti riescono a esprimersi al meglio senza preoccuparsi dello stop dell’arbitro dopo essere stati colpiti.

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Il mio maestro mi ha messo in testa da sempre un concetto di Bruce Lee: la cintura serve solo a tenere su i pantaloni. Concetto che condivido a pieno. Mi capita spesso di prendere esempio dal bambino di 4-5 anni, da quello di 10 o dal ragazzo che fa kickboxing da un anno, dalla loro voglia di imparare e dal loro entusiasmo. La cintura sta a indicare un percorso che fa la persona, ma non indica ciò che è la persona.

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
Il momento più bello vissuto da atleta è stato all’età di 16 anni dove ad un Bestfighter riuscii a battere l’allora campione del mondo senior della categoria, il quale stava passando uno dei momenti più favorevoli della sua carriera da atleta. In quella stessa edizione del Bestfighter riuscii a portare a casa 4 medaglie d’oro, è stato davvero fantastico!

8. Il più brutto invece?
Il più brutto è stato quando ho dovuto affrontare un evento spiacevole con mia madre durante il quale non riuscivo ad essere concentrato nè in palestra nè alle gare.


9. Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta.

Se dovessi fare un torneo di point fighting sceglierei di affiancarmi Rayomond Daniels, Domenico De Marco e Andrea Lucchese, sarebbe epico.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Si, avrei da ringraziare molte persone ma mi limito a quelle più importanti. I miei genitori, che da quando ho cominciato a praticare questo sport hanno avuto rinunce nella vita e fatto sacrifici soprattutto economici per far si che io potessi dedicarmi al 100% a questo sport. Vorrei ringraziare i genitori dei ragazzi agonisti ed il mio team per il loro grande supporto, vorrei dire che è fondamentale. Ed infine forse il più importante, vorrei ringraziare la persona che ha reso possibile tutto questo: il mio maestro Marco. Mi ha aiutato ad essere ciò che sono oggi, mi ha aiutato a essere migliore come persona giorno dopo giorno e a sconfiggere le mie paure. Mi ha affiancato in questo viaggio come maestro e come amico e un semplice grazie non basta.

10 domande a…Fabio Cantoni

Fabio Cantoni è una persona straordinaria nel vero senso del termine: fuori dall’ordinario.
Oltre a essere da anni un amico di molti noi dell’Auxe, Fabio è uno dei tecnici più preparati e qualificati in circolazione, un uomo che ha dedicato maggior parte della sua vita allo sport e allo studio. E’ insegnante di educazione fisica, diplomato Isef con il massimo di voti ma questo è solo l’inizio di un curriculum sportivo eccezionale: è Cintura nera 3° dan e allenatore di judo FIJLKAM, Cintura nera 1° dan e allenatore di jujitsu WJJKO, Allenatore Nazionale di atletica leggera FIDAL, Maestro di pesistica FIPCF, Istruttore di nuoto FIN con brevetto MIP di salvamento, Allenatore di pallamano FIGH, Istruttore giovanile di ginnastica artistica FGI, Istruttore Centri Avviamento allo sport CONI. Come se non bastasse, da atleta ha praticato judo, atletica leggera, sci alpino, sollevamento pesi.
Come allenatore e preparatore atletico ha seguito atleti di livello nazionale e internazionale in atletica leggera, judo, kickboxing, scherma, sci alpino e nordico, pallavolo, pallacanestro, calcio, calcio a 5, sollevamento pesi, pallamano, ciclismo.
Dal punto di vista umano, chi ha avuto occasione di parlare con lui ha potuto apprezzare la sua grande disponibilità e cortesia, oltre a una grande conoscenza frutto di una preparazione impeccabile
Abbiamo approfittato delle sue conoscenze e della sua disponibilità per sottoporlo al fuoco incrociato delle nostre domande, modificate leggermente affinchè tutti i lettori di questa rubrica potessero trarre dalle sue risposte il massimo beneficio.
Speriamo presto di avere modo di approfondire alcuni aspetti con lui, in modo particolare sulla preparazione atletica.

1. Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?
Nel 1972 in seconda elementare venne organizzato un corso a cadenza settimanale di judo dalla scuola. L’esperienza fu affascinante e coinvolgente anche per la guida del mio primo Maestro, il compianto Katsuyoshi Takata Sensei 9° dan del Kodokan di Tokyo del quale serbo un ricordo meraviglioso e un’inestimabile amicizia. Da allora gli sport da combattimento sono stati sempre fedeli compagni che mi hanno seguito nel mio cammino sportivo. L’incontro con il prof. Michele Surian mi ha poi aperto il mondo della kickboxing nei suoi vari aspetti e mi ha regalato contemporaneamente un “fratello” che mi ha fatto conoscere ottime persone e ottimi atleti. Sono stato anche uno dei primi praticanti di Sumo sportivo in Italia sotto la guida del Maestro Pierluigi Comino 7° dan di judo, altra persona che stimo moltissimo.

2. Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
A non mollare mai, a pensare che quando senti di avere esaurito le tue energie, forse sei al 50% del serbatoio. Mi ha insegnato che tutti hanno qualcosa da condividere, bella o brutta che sia: sta a te pazientare, osservare, ascoltare, capire e poi valutare volta per volta se qualcosa che hai imparato può servirti in una data situazione.

3. Un atleta al quale ti sei ispirato.
E’ uno sciatore austriaco degli anni 80, Harti Weirather, vincitore della Coppa del Mondo di discesa libera nel 1980 e dei Campionati Mondiali di discesa libera di Schladming nel 1982. Lavoro, sudore, fatica, allenamento, preparazione tecnica e atletica, la giusta modestia e un simpatico sorriso erano aspetti peculiari di questo atleta che, in un adolescente come lo ero io allora, avevano fatto breccia.

4. Chi reputi sia l’atleta più rappresentativo del tuo modo di vedere lo sport?
Riprendendo i concetti espressi precedentemente mi piace citare Filbert Bayi, tanzaniano primatista del mondo del miglio e argento olimpico sui 1500 a Mosca nel 1980 che diceva : “I record del mondo sono come le camicie, chiunque può averne una se lavora per averla”. Certo che al giorno d’oggi è fondamentale lavorare usando le nuove metodologie.

5. Perché, secondo te, la preparazione atletica riveste un ruolo così importante negli sport da combattimento? Arti marziali e pesi vanno d’accordo?
Al di là di un semplice miglioramento della performance penso che la preparazione atletica permetta di entrare in sintonia con un atleta in modo da poter gestire i difficili momenti della periodizzazione dell’allenamento in modo più completo e approfondito. A volte è utile per superare situazioni di “blocchi mentali” che spesso gli atleti si trovano ad affrontare sotto l’aspetto tecnico e tattico. Oltre a ciò trovo la macchina umana veramente un gioiello insuperabile e quindi cercare di metterla “a punto” al meglio rappresenta sempre una sfida affascinante da affrontare. Per quanto riguarda l’utilizzo dei sovraccarichi, siano essi a carico naturale che pesi, sono convinto che siano utili tenendo sempre presente le domande che reputo un allenatore debba sempre porsi: cosa voglio allenare, perché lo voglio allenare, come lo devo allenare. Questo è comunque un argomento molto complesso che, se la cosa fosse gradita, potrei approfondire in futuro sul Vostro sito.

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Significa avere iniziato un percorso di crescita e continuarlo sapendo che puoi essere un esempio e un riferimento sportivo ed educativo costante per molte persone. Comunque anche se dovessimo essere un esempio anche solo per una persona, la responsabilità resta grandissima. Anche per questo ho scelto il mestiere dell’insegnante.

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
La vittoria in un torneo di judo internazionale al rientro dopo 8 mesi di recupero per una brutta frattura al gomito sconfiggendo il campione italiano di categoria in carica.

8. Il più brutto invece?
Seppure ce ne siano stati tanti, ho sempre cercato di sublimarli in positivo in modo da poter ripartire con maggiore energia di prima, per cui, alla fine dei conti, non sono stati poi così brutti.

9. Hai la possibilità di allenare un atleta a tuo piacimento. Chi vorresti seguire?
Una cosa mi ha sempre incuriosito: avere avuto la possibilità con le mie esperienze attuali di allenare me stesso da giovane. Chissà cosa sarebbe successo!

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Tutti coloro che mi hanno fatto crescere confrontando le loro idee con le mie. Tutti coloro ai quali sono riuscito a trasmettere qualcosa. Un pensiero particolare a mia moglie Sonia che mi ha sempre spronato a dare il meglio e che mi ha sempre sostenuto quando si doveva “ripartire” per una nuova avventura nello sport e nel lavoro.

10 domande a…Kevin Brewerton

Chi segue la nostra pagina Facebook ha avuto modo in questi giorni di farsi un’idea sulle capacità di Kevin Brewerton.
Per chi non lo avesse visto, il nostro ospite internazionale della tredicesima edizione dell’Auxe City Camp è stato uno dei più grandi pointfighter al mondo durante la fine degli anni ottanta e novanta.
Ora vive negli Stati Uniti, a Beverly Hills e nel suo curriculum, oltre alla voce “campione del mondo di kickboxing” ha aggiunto anche “attore” e “artista”, visto che da qualche anno a questa parte crea splendidi quadri.

Lo abbiamo sottratto ai suoi impegni per rispondere alle nostre ormai celebri 10 domande.

1. Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?
Per caso. Un giorno mio padre ha aperto un giornale e ha visto una pubblicità che diceva: impara il kung fu.
Se mi fossi inscritto, mi avrebbero dato una divisa di kung fu in omaggio, così mi sono presentato e ho provato. Non mi hanno dato il kimono ma in quell’occasione mi sono innamorato delle arti marziali.

2. Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
Le arti marziali mi hanno insegnato molte cose che ho portato nella mia vita di tutti i giorni, ma la lezione più importante per me è stata ESSERE POSITIVO.

3. Un atleta al quale ti sei ispirato/a.
Ti darò il nome di due atleti che mi hanno ispirato. Muhammed Ali, era increbibilmente ipnotico. Credo di aver provato a emularlo in molti modi. L’altro è Bruce Lee. La prima volta che l’ho visto ho pensato di non aver mai ammirato nulla di simile. Volevo essere come lui.

4. Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Non so dire chi sia il più grande point fighter di tutti i tempi, è una domanda difficile. Credo ci siano molti atleti che abbiano avuto un impatto positivo per il nostro sport. Per nominarne qualcuno potrei citare Steve Anderson, Alfie Lewis, Billy Blanks, Neville Wray, Kevin Thompson, Jerry Fontanez, e aggiungerei anche me stesso alla lista.

5. Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?
Queste sono domande toste e questa è dura. Ho combattuto durante un’epoca molto speciale per lo sport karate/kickboxing. Molte persone l’hanno definita l’epoca d’oro. Era impetuosa e potente perché lo sport stava andando incontro a una meravigliosa crescita, stava diventando un gigante. Credo che al giorno d’oggi sia ancora eccitante. E ci sono ancora molte possibilità per il futuro del nostro sport.

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Essere una cintura nera significa che non molli facilmente. Significa che hai disciplina. Significa che conosci i fondamentali.

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
Ne ho molti, ma uno che sempre porterò con me è quando ho vinto il mio primo titolo del mondo e sono stato portato sulle spalle in trionfo dal mio avversario. Ad applaudire c’era un pubblico di ventimila persone.

8. Il più brutto invece?
Ogni volta che perdevo un incontro. Odiavo perdere.

9. Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta.
Se dovessi creare una squadra di cinque atleti sceglierei: me stesso, Billy Blanks, Alfie Lewis, Steve Anderson, Neville Wray. Ma questi nomi potrebbero cambiare quando lascerò l’Italia dopo aver visto la qualità dei vostri atleti.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Vorrei ringraziare Michele Surian per avermi dato la possibilità di tornare in Italia.

10 domande a…Valeria Calabrese

Valeria Calabrese è una meravigliosa atleta sia dal punto di vista tecnico che atletico.
E fin qui non abbiamo detto nulla di nuovo per chi l’ha già vista in azione. E’ già stata ospite al nostro City Camp ma il suo è un ritorno molto gradito.
Forse non tutti sanno che ha cominciato con il point e che ora è una delle punte di diamante del pugilato italiano, e che i suoi allenamenti guardano lontano, verso le olimpiadi.
Oltre a essere un’atleta di altissimo livello, è anche un’ottima insegnante.
Noi l’abbiamo costretta a togliersi i guantoni per qualche minuto per sottoporsi al fuoco incrociato delle nostre domande.

Come ti sei avvicinata agli sport da combattimento?
Mi sono avvicinata per caso, senza sapere cosa fossero davvero. Non volevo più fare nuoto ed entrai in palestra.

Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
La mia vita è stata nettamente influenza da questo sport, forse la mia vita è questo sport. Tutto quello che negli anni ho imparato e vissuto in palestra e nei palazzetti è un tesoro che oggi mi ritrovo; saper come ottenere le cose, sapere che nulla succede per caso, la perseveranza nel volere ottenere qualcosa…capire le persone che ti stanno davanti e capire cosa pensano o cosa pensano di fare..

Un atleta al quale ti sei ispirato/a.
Nessun atleta.. Ho iniziato senza conoscere nessuno, ho visto tanto ottimi atleti negli anni, ma la mia preferita rimango io! Ahahahah.

Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Penso che il livello raggiunto oggi dai team ungherese sia ineguagliabile

Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?
Come tutti gli altri sport hanno avuto la loro evoluzione.. Oggi gli atleti di point hanno delle caratteristiche eccezionali ed il livello ed il ritmo del light è altissimo. Indubbiamente migliore che nel passato anche se entrambe le discipline hanno perso delle caratteristiche che le collocano tra gli sport da combattimento..sono un po piu “frivole”.

Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Una cintura nera è chi ha avuto la passione e la voglia di ripetere gli stessi gesti per anni pur di migliorarne le sfumature piú impercettibili, chi ha imparato a rispettare gli altri, chi è riuscito a prendere il meglio dal proprio maestro, chi sa essere d’esempio per gli altri anche senza volerlo. Una cintura nera ama quello che fa e vuole farlo sempre meglio, è uno stimolo per le cinture più basse e trae stimolo da esse. Una cintura nera…è una grossa responsabilità.

Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
Non saprei individuarne solo uno..è stato un susseguirsi di momenti belli. Ogni piccolo obiettivo raggiunto ha avuto un sapore unico. E tutti gli obiettivi raggiunti hanno dato lungo ad un bel momento della mia vita lungo più di 10 anni.

Il più brutto invece?
Non ricordo momenti estremamente brutti.. Ho avuto delle fasi un po più cupe e momenti un cui ho combattuto contro più avversari allo stesso momento (più fuori che dentro il ring). Ma non mi piace indicarli come brutti,preferisco dire che sono stati i più duri ma ho amato anche ogni attimo di quei momenti perché credo siano stati quelli che più di tutti abbiano fatto di me tutto quello che sono oggi.

Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta..
Non saprei..sicuro sarebbe una squadra composta da atleti italiani perché abbiamo raggiunto un ottimo livellli specie nel light.

Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Questa è la domanda più difficile di tutte. Non voglio ringraziare nessuno no, non in questo periodo.

10 domande a…Marco Ruzzante

Marco Ruzzante sarà uno degli istruttori del tredicesimo Auxe City Camp.
La sua specialità sono le musical forms e, nonostante la sua giovane età, ha già partecipato a numerose competizioni e programmi televisivi, ottenendo ottimi risultati. Molti di voi lo hanno già visto in azione al Summer Camp 2014 in qualità di istruttore e altri lo vedranno per la prima volta, ma lo spettacolo è assicurato.
Negli anni precedenti abbiamo avuto la fortuna di avere come ospiti Samy Frank e Michele Trevisan, anche loro specialisti di questa disciplina. Inoltre, la campionessa americana Chiara Dituri ci ha mostrato durante un seminario la sua abilità nell’uso del Bo Staff.
Come scuola stiamo avendo ottimi risultati anche nel settore kata e l’entusiasmo, la competenza e la professionalità di Marco saranno un ulteriore incentivo a proseguire e fare bene.
Abbiamo mandato Stefano Cosmo a distrarlo dalle sue evoluzioni aeree per sottoporlo alle nostre dieci domande.
Buon divertimento!

D:Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?

R:Da piccolo mio padre insegnava kick boxing e pugilato, io ero più in palestra che a casa, mi divertiva molto guardare, tanto che quando arrivavo a casa mi ripetevo i circuiti che venivano fatti dagli atleti a fine allenamento; a 5 anni ho cominciato con il karate (American Goju) per me è stato come un gioco, anche se in realtà non ho mai intrapreso la strada della kick boxing come atleta, infatti a 9 anni, ho cominciato a fare capoeira, di li a poco sono passato poi alle musical forms, sempre sotto gli insegnamenti di mio padre.

D:Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?

R:Per quanto possa sembrare banale la risposta, devo ammettere che lo sport mi ha insegnato davvero molto, tutt’oggi sono convinto che anche le cose più semplici della vita, università o obiettivi vari, sarebbero stati molto più complicati se dallo sport non avessi acquisito la determinazione necessaria.

D:Un atleta al quale ti sei ispirato.

R:Anche se in realtà, avendo cominciato da molto piccolo, non utilizzavo internet, quindi nessun atleta mi ha “invogliato” a cominciare questa disciplina, devo dire che il mio primo mito si chiama John Valera, visto per la prima volta al mondiale WAKO di Caorle (Ve) nel 1999.

D:Il più grande di musical former di tutti i tempi è…

R:Secondo me è giusto fare una distinzione, nell Old School credo proprio sia stato John Valera, nel New School sicuramente Mat Emig

D:Qual è la differenza tra Old School e New School? Quale secondo te è la migliore?

R:La Old School è ciò che si è sviluppato alla fine degli anni 80 direttamente dai kata tradizionali del karate, con l’aggiunta della musica e alcune acrobazie. Con l’avvento del tricking alla fine degli anni 2000, è nata la New School, cioè in aggiunta a ciò che precedentemente si pensava delle Musical Forms, sono stati aggiunti i Tricks, ovvero dei colpi acrobatici che hanno più o meno un senso marziale, puntando sempre di più allo spettacolo. Io come atleta mi sono fermato nel 2008, quindi ho vissuto appieno l’Old School e solo iniziato il nuovo stile, ma come tutte le evoluzioni si è andati in meglio e ora preferisco di gran lunga i tricks.

D:Cosa vuol dire essere una cintura nera?

R:Vuol dire aver superato il primo step di una lunga serie di obiettivi da raggiungere.

D:Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?

R:A 12 anni ho vinto il mio primo Grand Champion Open di un Campionato Italiano, la soddisfazione è stata davvero tanta.

D:Il più brutto invece?

R:Nel mio ultimo French Open, nel 2004, in preda all’agitazione non riuscivo più a muovermi come volevo, sapevo esattamente cosa dovevo fare, ma non sono stato in grado di muovere i piedi, per cui ho improvvisato totalmente, ma l’errore è stato troppo evidente. All’ epoca il French Open era la più grande competizione d’europa, aver fatto quella figuraccia è stato umiliante, fortunatamente sono riuscito a recuperare la fiducia in me stesso con la categoria successiva, ovvero quella delle armi, fatta nella stessa gara.

D:Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta.

R:Nel mio dream team ideale avrei paura di sfigurare, ma metterei: Mat Emig e Jacob Pinto per il tricking; me, John Valera, Christian Brell, Ashley Beck per le arti marziali acrobatiche; Casey Marks per il bastone; Kalman Csoca e Caitlin Dechelle per la katana.

D:Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?

R:Certo, devo ringraziare i miei genitori che tutt’ora mi permettono di avvicinarmi sempre di più al mio sogno.

Intervista realizzata da: Stefano Cosmo

10 domande a…Fabio Panizzolo

Quello che si chiude è stato un anno intenso e fortunatamente ricco di soddisfazioni per l’Auxe.
Molti sono stati i titoli portati a casa, ma ciò che conta di più è che siamo cresciuti ancora sia come scuola che a livello agonistico. Anche quest’anno abbiamo formato nuove cinture nere, nuovi istruttori e alcune nostre giovani leve hanno rappresentato l’Italia in occasioni internazionali con ottime prestazioni.
Volevamo salutare il 2014 in modo degno, così abbiamo deciso di chiudere l’anno con la nostra rubrica 10 domande a…, andando a prenderci la nostra cintura nera Fabio Panizzolo.
Fabio è un campione a tutto tondo, un atleta di talento e un ottimo istruttore.
Quest’anno ha partecipato ai campionati europei di light contact ma la sua carriera agonistica è piena di podi e di prestigiose competizioni.
Nel salutarvi e nell’augurare a tutti voi un felice e sereno 2015 da parte di tutta l’Auxe, vi ricordiamo un appuntamento importante: il 17 e 18 gennaio si terrà il torneo Golden Glove. Le iscrizioni si chiuderanno tra poco, quindi affrettatevi a iscrivervi.
Ora però vediamo come ha risposto Fabio alle nostre domande!

Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?
All’età di 9 anni dopo una breve e deludente esperienza calcistica durata penso un mese, mio padre si decise a portarmi in una scuola di karate. Ero un bambino molto timido e introverso, ma nel dojo sentivo di essere a casa. Ricordo che fu mia madre a cucirmi il primo kimono e ricordo la mia prima gara di kata. Non mi classificai ma fu un’esperienza entusiasmante. La tv e i film fecero il resto e tra karate Kid e Jean Claude van damme il mio destino sembrava avere i contorni sempre più chiari.

Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
Questo sport, anzi lo sport, è una scuola di vita. È per questo che credo nell’ importanza di dare questa linea educativa sin dai primi anni di vita. È fondamentale per lo sviluppo psicofisico della persona perchè insegna a vivere in armonia con gli altri attraverso il rispetto per sé stessi e delle regole. La Kick b. e le arti marziali poi hanno qualcosa in più. Sicuramente sono di parte, ma penso che chi combatte abbia la possibilità di trovare più facilmente l equilibrio inteso come capacità di adattarsi alla situazione e all avversario. E questo a mio avviso trova un sacco di analogie nella vita, nella sempre più importante capacità di cambiare velocemente per trovare una soluzione ai problemi.

Un atleta al quale ti sei ispirato.
Sicuramente Gregorio di Leo per tutto quello che sta dando al mondo del point. Un grande esempio di eccellenza sportiva e di successo. Come insegnanti le mie figure ispiranti sono Michele Surian e Marco Ferrarese per la professionalita e il cuore con cui svolgono il loro lavoro

Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Non posso nominare un solo atleta. Il point si è evoluto molto negli anni ed è difficile paragonare i grandi campioni che si sono susseguiti nel tempo. Mi sbilancio (con un blitz) e dico Raymond Daniels per la quantità di tornei vinti e per il repertorio tecnico.

Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?
Domanda difficile. Per il point la situazione è complessa. A volte è imbarazzante la facilità con cui un arbitro da punto in certe situazioni come anche il fatto che non si penalizzino gli atteggiamenti di melina. Cose su cui si dovrebbe fare chiarezza stabilendo un regolamento che sia inequivocabile. In linea di massima abbiamo atleti super tecnici ma arbitri ancora poco formati. Anche nel light le cose sono cambiate, passando da un impostazione più fisica del combattimento a una più veloce, tendente a un point continuato che personalmente preferisco.

Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Essere cintura nera può significare molto e può significare poco. Spesso conta più il percorso che l’obiettivo. Voglio dire che il mondo delle arti marziali è vastissimo e confuso, ci sono un sacco di scuole, di maestri, molti dei quali pubblicizzano la loro cintura nera con ostentazione e magari la loro carriera si è limitata a poche cose. Personalmente non credo così tanto alla cintura, credo di più ai contenuti. Tuttavia essere (nel senso più profondo del verbo) cintura nera significa avere maggiore consapevolezza di sé e di ciò che ci circonda, aldilà delle conoscenze tecniche. È la prova di un cammino che si è compiuto e che in molti casi continua per sempre.

Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
La semifinale dei campionati del mondo in turchia, l’anno scorso a Antalya. Nella terza ripresa eravamo entrambi molto stanchi e il mio avversario stava vincendo di poco. Non volevo mollare, mi sentivo un cane rabbioso e quando ho capito che lui era più stanco di me ho cominciato a colpirlo con più forza finchè il risultato si è portato in mio favore a cinque secondi dalla fine. Quel momento è valso una vita, è stato il riscatto da tante cose che non sono andate come volevo. Ricordo di aver pianto e anche adesso che lo scrivo ancora mi emoziono.

Il più brutto invece?
Il più brutto è durato un bel po…ed è stato quando ho creduto di non avere più buoni motivi per combattere. Un agonista attraversa spesso momenti di crisi, la mia fortuna è stata quella di parlarne con Marco Ferrarese. Lui ha avuto e ha tuttora un grande ruolo nella mia carriera. Ancor prima di far parte dell’auxe ho sempre visto in lui quel carisma e quella professionalità in grado di poter cambiare le persone in meglio. È qualcosa che sanno fare in pochi e glielo invidio (in senso buono).

Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta di ogni epoca.
Punto sulle giovani leve e su quelli che scommetto diventeranno i più forti point fighter nell’immediato futuro: Giacomo Volpato, Alberto Caniglia, Giacomo Canato, Io e Marco Ferrarese (giovani non più tanto però possiamo ancora dire la nostra). Abbiamo dei ragazzi fantastici…si fanno il mazzo a scuola e in palestra. Sono un vanto per l’Auxe e io sarei orgoglioso di combattere con loro.

Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?

Vorrei ringraziare tutto l’Auxe. Da Michele Surian alla più piccola cintura bianca. Credo di aver avuto una seconda chance come atleta, che mi ha cambiato anche come persona e questo lo devo al maestro, a Marco Ferrarese ma anche al supporto dei miei compagni di squadra e all’affetto dei bambini che alleno. Spero di poter trasmettere tutto quello che ho ricevuto in questi ultimi 3 anni con la stessa professionalità e lo stesso cuore.

Psicologia dello Sport e Mental Training: 10 domande a Cristina Rampin

Capita spesso di restare impressionati davanti allo sguardo di atleti di alto livello in gara. C’è qualcosa nei loro occhi, una sorta di luce che anche i profani riescono a percepire. Concentrazione, determinazione, sete di vittoria…i nomi e le definizioni possono essere decine ma non è questo il punto: se vuoi performare al meglio, o anche se solo vuoi andare oltre i tuoi limiti, migliorare in qualsiasi disciplina o ambito della vita, arriva un momento in cui ti rendi conto che il mero allenamento fisico non basta. La metodologia e programmazione dell’allenamento sono ottime alleate, ma qualcosa dentro di te dice che c’è altro su cui lavorare. La testa.
Tizio: “Questo mese mi sono allenato cento ore”.
Caio: “E quante di queste ore hai dedicato all’allenamento mentale?”
Tizio: “Eh?”
Molti di noi hanno visto una reazione simile davanti a una domanda come quella posta da Caio e, magari, ce la siamo posti guardandoci allo specchio.
Corpo e mente interagiscono di continuo quando ci alleniamo, quando siamo in gara, quando ci riposiamo.
Eppure…eppure capita, soprattutto ai non professionisti, di tralasciare l’aspetto mentale degli sport da combattimento.
“Fa attenzione a come parli con te stesso, perché stai ascoltando” recita una frase di Lisa M. Hayes.
Da qualche tempo, una parte consistente della nostra squadra agonisti e istruttori Auxe ha intrapreso un percorso di formazione e apprendimento dedicato all’allenamento mentale.
Per questa settimana, all’interno della nostra rubrica dedicata alle interviste, abbiamo deciso di mettere da parte le consuete domande rivolte a cinture nere e istruttori e siamo andati a bussare alla porta di una psicologa dello sport, la dott.ssa Cristina Rampin, per avere alcune risposte da condividere con voi.

1. Ciao Cristina, prima di ogni altra cosa, che cos’è la Psicologia dello Sport?

La Psicologia dello Sport e dell’esercizio fisico è una scienza che nasce dal connubio tra le scienze motorie e la psicologia. L’allenamento integrato (fisico, tecnico e psicologico) ha reso possibile l’incontro tra questi due mondi apparentemente diversi.
La definizione di psicologia dello sport e dell’esercizio fisico che maggiormente viene utilizzata ed accettata è quella proposta nel 2008 da Gill & Williams:
“La Psicologia dello Sport e dell’esercizio fisico è lo studio scientifico dei comportamenti sportivi e motori delle persone e le applicazioni pratiche di queste conoscenze”
La psicologia dello sport e dell’esercizio nasce principalmente con due obiettivi:
Comprendere come i fattori psicologici influenzino le performance fisiche individuali.
Comprendere come la partecipazione allo sport influisca sulla salute, sul benessere e sullo sviluppo psicologico della persona.

2. E il mental training? Cos’è?
Il Mental Training è un “programma articolato di allenamento psicologico, composto da diverse tecniche selezionate in base alla specificità della singola disciplina sportiva, degli obiettivi da raggiungere e delle caratteristiche di personalità dell’individuo” (Haase, Hansel 1995).
La preparazione mentale può essere definita come uno “strumento di ottimizzazione del potenziale atletico, tecnico e tattico, nel tentativo di riprodurre la peak performance agonistica. Alla base lo sviluppo delle abilità mentali possedute dall’atleta” (Weinberg & Gould, 1995).

3. Quali sono le abilità mentali da allenare per chi pratica il nostro sport?

Le abilità mentali di base da considerare nei programmi di preparazione sono le seguenti:

Goal Setting (formulazione degli obiettivi). La formulazione degli obiettivi rappresenta un momento fondamentale di ogni programmazione didattico-metodologica, poiché definisce gli standard di livello condizionale e di abilità tecnico-tattiche che ci si prefigge di raggiungere a breve, a medio o a lungo termine. Nello stesso tempo, rappresenta un’importante strategia motivazionale, in grado di influenzare positivamente la prestazione di atleti di varie età e di diverso livello. Avere obiettivi precisi e chiari aiuta a dirigere l’attenzione sugli aspetti importanti del compito, ad attivare e modulare un impegno adeguato e persistente nel tempo, a sviluppare nuove strategie di apprendimento: consente infatti di avere precisi riferimenti di confronto e di impegnarsi in maniera specifica per acquisire le competenze necessarie, ricavandone sensazioni di successo. Gli obiettivi possono essere espressi in termini quantitativi oppure possono essere qualitativi (Cfr. Bortoli, L., 2010). Gli obiettivi, comunque, indipendentemente se espressi in termini quantitativi o qualitativi, dovrebbero essere specifici, misurabili, attuabili (ovvero raggiungibili), rilevanti (importanti per le persone e collegati al risultato della squadra e devono fornire un livello di soddisfazione tale da giustificare lo sforzo), tempificati (a breve, medio e lungo termine), emozionanti, riveduti (se interviene un fatto sostanziale che muta radicalmente la situazione di mercato, il buon obiettivo va formulato nuovamente, per adattarlo alle nuove condizioni), formulati in termini positivi.

Modulazione dell’attivazione/arousal. In psicologia fisiologica il termine arousal (dall’inglese eccitazione, risveglio) indica l’intensità dell’attivazione psicofisiologica di un organismo che varia lungo un continuum che va dal sonno profondo all’intensa eccitazione (cfr. Gould et. al., 2002). Quando si deve affrontare una performance sportiva il nostro organismo, nella sua accezione di unità mente-corpo, si prepara ad affrontarla attraverso un’attivazione psicofisiologica mettendo in moto una serie di processi caratteristici. Al fine di spiegare la relazione fra attivazione, processi di autoregolazione e prestazione sono state proposte diverse teorie. Due modelli divenuti ormai classici sono la Drive Theory (Hull, 1943; Spence & Spence, 1966) secondo cui esisterebbe una relazione lineare fra attivazione e prestazione, il modello della U capovolta (Yerkes & Dodson, 1908) che identifica una relazione curvilinea fra attivazione e prestazione. Recentemente sono stati introdotti nuovi modelli e, tra questi, ha trovato ampia diffusione il modello IZOF (Hanin, 1995, 2000, 2007) il quale afferma che il livello ottimale di attivazione fisica e mentale è strettamente individuale.
Tutte queste ricerche in Psicologia dello Sport hanno evidenziato come esista uno strettissimo rapporto tra l’attivazione psicofisiologica e la riuscita di una buona prestazione. La maggior parte degli allenatori e degli atleti ritiene che il grado di competenza dell’atleta nel saper riconoscere e autoregolare il proprio livello di attivazione è uno dei fattori decisivi nella prestazione. Ci sono situazioni in cui gli atleti sono attivati in modo eccessivo e devono così servirsi di strategie per abbassare questi livelli. Vi sono invece situazioni opposte, in cui il grado di attivazione è troppo basso e devono essere utilizzate strategie per incrementarlo sino a un livello ottimale. Molte strategie di attivazione o di disattivazione vengono utilizzate da allenatori, atleti e psicologi dello sport. Alcune di queste sono tecniche somatiche, altre invece sono tecniche cognitive (Cfr. Cei, 1998).

Controllo dei processi attentivi (controllo del focus che deve essere funzionale e proficuo per la prestazione).
Gestione dello stress e delle emozioni.

Controllo delle abilità immaginative (imagery). L’imagery ha a che vedere con l’uso di tutti i sensi per creare o ricreare un’esperienza sensoriale (non solamente con il canale visivo). Creare qualcosa di già visto o creare qualcosa ex-novo. L’imagery è considerata la più popolare ed intuitiva tecnica di allenamento mentale finalizzata al raggiungimento degli obiettivi desiderati, per migliorare la prestazione. L’imagery nello sport può essere utile per: ottimizzare la prestazione e migliorare i processi di apprendimento (es. tecnica del Mental Rehearsal), facilitare pensieri ed emozioni correlati alla performance,rivedere gli aspetti cognitivi e simbolici del compito rafforzandoli, migliorare la percezione di auto-efficacia, regolare l’arousal, training riabilitativo integrato in caso di infortunio.

Controllo dei pensieri (self talk). Il controllo del self talk riguarda un processo consapevole focalizzato sul dialogo interno degli atleti nel momento in cui viene svolta l’azione. I pensieri influenzano direttamente la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e del mondo. Il nostro dialogo interno, consapevole o meno, è quindi un mediatore delle nostre azioni, reazioni ed emozioni presenti e future.
I pensieri si associano infatti ad immagini mentali le quali si legano ad aspettative di successo o fallimento.
E’ importante quindi prendere consapevolezza di questo dialogo interno per poi andare, tramite alcune tecniche (es. Thought Stopping e Centering), a stoppare, o quantomeno a ridurre, i pensieri negativi e “tossici” trasformandoli in pensieri strategici, costruttivi e potenzianti per la prestazione.
Tutte queste abilità mentali possono essere apprese ed allenate allo stesso modo in cui si apprendono ed allenano aspetti motori, tecnici, tattici e strategici.
Non ci sono delle abilità mentali più importanti ed efficaci di altre per il vostro sport. E’ consigliato conoscerle ed apprenderle tutte di modo da comprendere quelle più funzionali per sé stessi, per le proprie caratteristiche individuali di persona-atleta e per le proprie esigenze.

4. Molto spesso capita di dedicare molto tempo alla preparazione atletica, poi si arriva in gara e ci si rende conto che il fattore emotivo blocca i nostri movimenti. Perché?

Bisogna sempre ricordare che la prestazione è il risultato della combinazione tra abilità fisiche/motorie, abilità tecniche, abilità mentali e abilità strategiche. Quindi anche i pensieri, le sensazioni e le emozioni influenzano, positivamente o negativamente, la prestazione la quale può scostarsi molto da quella potenziale.

5. Che cos’è la paura di salire sul quadrato?
Non saprei descrivere e/o spiegare che cos’è la paura di salire sul quadrato. Posso dire soltanto cosa farei se una persona venisse da me e mi dicesse che ha paura di salire sul quadrato chiedendo il mio aiuto. In questo caso innanzitutto chiederei alla persona di descrivere in maniera più accurata e specifica questa paura: paura di cosa? Di farsi male? Di combattere? Paura dell’avversario?
Prima di intraprendere qualsiasi intervento o di dar consigli strategici è necessario che lo Psicologo dello Sport avvii una fase di assessment raccogliendo ed integrando più informazioni possibili (non solo dall’atleta ma anche dai tecnici ad esempio) riguardanti la problematica esposta. Solamente con questa modalità è possibile progettare efficaci programmi e/o strategie di intervento individualizzati.

6. Secondo la tua esperienza, è giusto usare un approccio del tipo “Non devo aver paura, la paura è per i deboli” oppure fare i duri e puri a tutti i costi può essere anche controproducente per l’atleta?

Anche in questo caso è tutto soggettivo. Se per l’atleta è funzionale ed efficace per la prestazione avere un self talk del tipo “Non devo aver paura, la paura è per i deboli” non c’è nulla di sbagliato. Se, al contrario, la prestazione non è soddisfacente, allora in questo caso è possibile andare ad indagare i punti di forza e di debolezza dell’atleta, sempre tramite una prima fase di assessment, cercando poi, attraverso un programma di intervento individualizzato, di avvicinare, per quanto possibile, il gap tra la prestazione reale e la prestazione potenziale. Se nella fase di assessment si scopre, tramite test, osservazione e colloqui, che il self talk utilizzato non è proficuo, efficace e funzionale per quella persona, influenzando negativamente la prestazione, allora si andrà ad intervenire con una ristrutturazione del self talk.
Ad ogni modo, le ricerche scientifiche riguardanti il self talk, ci dicono che generalmente risulta essere più efficace ed utile utilizzare un self talk positivo: frasi e parole formulate in termini positivi (senza usare il “non” per esempio). Questa modalità andrebbe infatti ad accrescere la propria percezione di efficacia.

7. Molto spesso si associa la respirazione a una pratica di rilassamento. E’ sempre così? La respirazione serve solo per rilassarsi?

Il respiro può essere utilizzato sia per generare uno stato di rilassamento psicofisico sia per produrre uno stato di eccitamento psicofisico.
Vi sono infatti varie tecniche di respirazione che possono essere apprese ed esercitate per poi essere utilizzate secondo le esigenze (es. respirazione quadrata; respirazione rettangolare; respirazione a conteggio 1:2; respirazione a conteggio 1:1). Ad ogni modo è importante che ogni persona sperimenti varie tecniche di respirazione per arrivare a comprendere quella che più gli si adatta sia per procurare uno stato di eccitamento che di rilassamento psicofisico.

8. Parlare con se stessi e autostima: ci puoi dire qualcosa a riguardo?
Come ho spiegato nella risposta alla domanda n.3 il self talk (dialogo interno) influenza direttamente la percezione che abbiamo di noi stessi, degli altri e del mondo.
Il self talk è un mediatore delle nostre azioni, reazioni ed emozioni presenti e future. I pensieri si associano sempre ad immagini mentali le quali si legano ad aspettative di successo o fallimento. Da qui lo stretto rapporto tra self talk e autostima/autoefficacia.

9. Spesso un atleta dopo un allenamento andato male o una cattiva prestazione in gara ha la tendenza a buttarsi giù. Secondo te c’è qualche pensiero che può aiutare a superare il momento di difficoltà?
Allenamenti andati male o cattive prestazioni in gara possono capitare e fanno parte del percorso di ogni atleta. L’importante è ricavare sempre qualche insegnamento da queste esperienze che aiutano a conoscersi meglio come atleti e come persone. Inoltre è fondamentale attribuire temporaneità alla sensazione.

10. Lasciamoci con un consiglio pratico: sono in palestra o in gara, vedo che c’è uno bravo, molto bravo e si fanno avanti tutta una serie di sensazioni quali panico, angoscia…in pratica mi sento a disagio. Cosa posso fare?
Se si sono apprese ed allenate le abilità mentali, si saprà cosa fare.

10 domande a…Manuel Saterini

All’interno della rubrica 10 domande a… questa volta ospitiamo Manuel Saterini, cintura nera dell’Auxe e co-fondatore della marca di abbigliamento sportivo Grips. Abbiamo voluto fargli alcune domande per conoscere meglio lui, il suo brand e per capire se la pratica del nostro sport lo ha aiutato nello sviluppo di un’attività imprenditoriale di successo.
Manuel ha iniziato a praticare la kickboxing nel 1982. E’ stato campione regionale juniores Wako dal ‘85, all’ 87 nella categoria -74kg, campione regionale senior nel 1988 nei -79 kg, vincitore Coppa Italia Wako nel 1987 nei -74kg, vincitore del Grand Champion città di Venezia nel 1988 -79kg, vincitore Trofeo Zen Shin nel 1989 -79kg, vincitore Trofeo Passarini nel 1989.
Sospende l’attività agonistica per 15 anni per riprenderla nel 2005 ottenendo i seguenti risultati diventando vice campione italiano Wka nel 2005, categoria over 35 -75kg. Vince poi il titolo di Campione italiano Wka nel 2006 categoria over 35 -75kg.

1. Ciao Manuel, cosa vuol dire per te essere una cintura nera?

Di sicuro è un traguardo di cui vado molto fiero.
Anche se sarebbe politicamente corretto dire che non si finisce mai di imparare, in realtà indossare una cintura nera in qualche modo ti fa pensare “ce l’ho fatta!”.
E’ il sigillo perfetto a tanti anni di costanza e impegno, e ogni volta che me la annodo è come se li rivivessi.
Stupendo!

2. Dietro il marchio Grips Athletics c’è anche il tuo nome. Ci puoi raccontare come è nata l’idea di lanciarsi nel settore dell’abbigliamento sportivo?

Questa è una domanda che ci fanno tutti.
La risposta vera sarebbe un po’ meno romanzata di quella che ti sto per dare.
Diciamo che sul mercato non c’era un brand che facesse roba “fica” e quindi abbiamo deciso di farcela da soli.
Il problema (per gli altri) è che Grips Athletics è la costola di una holding che ha un’anima italiana e produce abbigliamento sportivo da 23 anni.
Due elementi che, a quanto pare, stanno facendo la differenza.

3. Spesso si dice che praticare arti marziali in un certo modo aiuti anche ad affrontare meglio la vita e le sue difficoltà. Per te è stato così?

E’ un pensiero che faccio spesso.
Certe volte so essere così appassionato, determinato e metodico nelle cose che faccio, che risulta evidente quanto il mio percorso marziale mi abbia formato.

4. Avere un background da agonista di kickboxing aiuta negli affari?

In generale credo di si, se non altro perché il mondo degli affari è competitivo.
Io nel lavoro ritrovo più o meno tutti gli elementi che caratterizzano lo sport agonistico: prestazione, stress emotivo, frustrazione dopo una sconfitta, gioco di squadra e molto altro.
Non a caso nelle mie aziende ho spesso organizzato incontri formativi con blasonati allenatori sportivi.

5. Grips Athletics è approdata sul mercato non solo con prodotti di qualità, ma anche con sponsorizzazioni a vari atleti di MMA e BJJ, cosa che purtroppo al giorno d’oggi non fanno in molti. Come mai questa scelta?

Esistono molte strade che possono portare un brand alla ribalta.
Nella nostra strategia è sempre stato chiaro il concetto di “family”.
Uno dei momenti che amo di più del mio lavoro è quando metto insieme istruttori, praticanti, agonisti e superstars.
Sapere che il loro denominatore comune è un brand… non finisce mai di emozionarmi.

6. Quando gareggiavi chi era l’atleta a cui ti ispiravi maggiormente?

La mia carriera agonistica si è svolta in due fasi: una in cui ero molto giovane (fino ai 22 anni) e una in cui ero molto vecchio (fino ai 40 anni).
In mezzo una parentesi come ciclista amatoriale.
Perciò quando guardo indietro è come se vedessi due persone differenti: la prima ingenua e arrogante, la seconda matura e un po’ meno arrogante.
Da ragazzo l’incontro che mi ha influenzato di più è stato quello con Michele Surian, allora nel pieno della sua carriera agonistica e quindo molto più concentrato (giustamente) su sé stesso che sugli allievi.
In quel periodo imparare da lui era un po’ come rubare.
Nella fase adulta del mio agonismo ho invece ritrovato una coppia di allenatori, Surian-Ferrarese, che ancora oggi rappresentano una vera e propria eccellenza.

7. La tua vittoria più bella?

Ne ricordo almeno tre che mi hanno messo le ali.
Scelgo la più recente, quando a 40 anni ho vinto una gara di selezione per la nazionale sia nella categoria veterani sia nella categoria senior, battendo in semifinale un ragazzo che qualche mese dopo avrebbe vinto il campionato del mondo.
Ancora oggi, quando scorro le vecchie foto, mi scappa un sorriso quando arrivo all’immagine di me sorridente e con due coppe in mano.

8. Chi avvia un’attività imprenditoriale in un contesto economico difficile come quello attuale rischia di essere visto da molti alla stregua di un pazzo o un visionario. Cosa rispondevi a quelli che ti dicevano di lasciar perdere?

Nel nostro caso l’unione ha fatto la forza.
Siamo un bel gruppo di lavoro, ognuno ha un ruolo diverso, delle esperienze diverse e tanto tanto entusiasmo.
Per la mia vita Grips Athletics rappresenta una svolta epocale.
Però confermo che trasformare una passione in un business non ha davvero prezzo.

9. Hai delle regole, degli aforismi o qualcosa che tieni sempre presente in ciò che fai?
L’unica regola che seguo è quella della costanza.
Ogni giorno un mattone, il tempo passa e il castello prende forma.

10. Quali sono i progetti futuri della Grips Athletics?

Continueremo a implementare la parte combat che è la nostra vera anima.
Allo stesso tempo diventeremo sempre più un brand “athletics” e le collezioni piano piano saranno sempre più trasversali.
Ma piano piano.

10 domande a…Gianpietro Ribon

In occasione del City Camp, pubblichiamo l’intervista fatta a Gianpietro Ribon, uno degli istruttori delle World Champion Class. Nato nel 1971, pratica kickboxing dal 1984. E’ cintura nera dal 1994 e insegna dal 1996. Specialista di Point Fighting, ha combattuto con successo anche nel Light Contact e nel karate. Ha conseguito il diploma per l’abilitazione all’insegnamento di Kick Boxing, Karate, Ju Jitsu e Boxe Francese. Punta di diamante della squadra agonistica dell’Auxe fino al 2003, ha vinto sette titoli di Campione d’Italia e innumerevoli medaglie. Vincendo il titolo mondiale di point fighting al limite dei 75 Kg nel 2002 e l’argento nel 2003 ha dimostrato di essere un grande atleta della sua generazione. Ciò che fa di lui un emblema dell’Auxe sono, ancora più dei suoi splendidi risultati agonistici, la gentilezza e la modestia che l’hanno sempre contraddistinto. Il suo comportamento, dentro e fuori il quadrato, è sempre stato un esempio di ciò che un vero campione e una vera cintura nera devono essere. Per questo ricopre il ruolo di Coach ufficiale dell’Auxe.

1. Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?

Per semplice curiosità, all’età di 14 anni. Con il tempo mi sono appassionato sempre di più.

2. Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
Sì, sicuramente. Mi ha insegnato a dare sempre il massimo nelle cose che faccio, mi ha dato la possibilità di maturare come persona e come atleta.

3. Un atleta al quale ti sei ispirato.
Ce sono vari. Tra questi sicuramente ci sono il mio Maestro Michele Surian, poi Marco Ferrarese e Diego Volpato.

4. Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Senza ombra di dubbio Marco Ferrarese.

5. Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?
Sicuramente c’è stata un’evoluzione rispetto a quando ero agonista, soprattutto nel settore della preparazione atletica e nelle metodologie di allenamento in generale. Però devo dire che molti atleti della mia “epoca” non hanno nulla da invidiare a quelli attuali. Basti pensare a Marco Ferrarese, Emanuele Bozzolani, Davide Morini, Calajò, e molti altri ancora.

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?

Essere un punto di riferimento, un persona adulta e matura che ha una funzione educativa nei confronti di chi vuole imparare.

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?

Fortunatamente ne ho vissuti molti, ma penso che aver vinto il mio primo mondiale senior sia stato il momento più bello.

8. Il più brutto invece?
Quando perdevo sempre al primo incontro, all’inizio della mia carriera agonistica.

9. Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta di ogni epoca.

Diego Volpato, Marco Ferrarese, Paolo Sorze, Lorenzo Tombacco e il sottoscritto.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Di sicuro Michele Surian, mi ha portato a livelli che non pensavo di raggiungere, mi ha insegnato molto nella vita e nell’allenamento, così come Marco Ferrarese nonostante all’epoca sia stato un atleta come me e, in ultima ma non per ultimo, Diego Volpato, il quale mi ha dato indirizzato verso Michele Surian.

Gli ospiti del City Camp: Morini il Barbarserker

Davide il Babarserker Morini ha risposto ad alcune domande che ci aiutano a conoscerlo meglio come atleta e come persona in attesa di vederlo all’opera al City Camp che si terrà dal 23 al 26 maggio a Peseggia (ve).
Marzialista completo, prima di approdare alle MMA come professionista, Davide è stato un grandissimo pointfighter, compagno di nazionale e di categoria del nostro M° Marco Ferrarese ma anche di campioni del calibro di Emanuele Bozzolani, Gianpaolo Calajò e Alessandro Galluppo.

Una domanda a bruciapelo: il momento più bello della tua carriera.
Se parliamo della mia carriera sportiva i momenti che mi hanno dato piu’ emozioni sono stati il momento del podio alla vittoria del campionato del mondo di point fighting in polonia, la mia prima vittoria in gabbia e il calore della tifoseria che veniva a sostenermi. Se parliamo di quella da insegnante e’ stato quando Denise Cont ha combattuto e vinto il titolo europeo di mma e il recente match di Eugeniu Borsci al milano in the cage.

Ci descrivi una tua giornata tipo?
Mi alzo generalmente presto vado a vedere se le galline se han fatto il loro dovere, colazione e un occhio a mail etc..vado nel bosco con deva (il mio cane),quello che succede dopo dipende dalla stagione, se e’ periodo di orto si sistemano 2 cose li, se sta arrivando l’inverno vado a far legna… scendo al dojo e a seconda della giornata mi alleno e insegno alcune volte in tarda mattinata altre alla sera…ovviamente pranzo e cena come tutti.

Le tre cose alle quali non rinunceresti mai.
se ci fossero le giuste motivazioni e quindi una volonta’ forte rinuncerei a tutto altrimenti a nulla se invece la buttiamo sul pratico e sul simpatico allora direi al bosco, alla birra e alla vicinanza di quella stretta cerchia di persone che considero importanti.

Prima di diventare un campione di MMA sei stato un grandissimo point fighter. Cosa hai portato del point nel tuo modo di combattere nelle arti marziali miste?
“la buona intesa con i miei piedi” e il senso della presa del tempo

cos’è per te l’allenamento?
diciamo che non ricordo cos’e’ non allenarsi, la risposta giusta forse verrebbe fuori se passassi del tempo senza allenarmi, ma da ormai 25 anni pratico quotidianamente e smetto gli allenamenti piu’ intensi solo per brevissimi periodi, quindi probabilmente l’allenamento e’ il modo in cui ho scelto di passare la mia giornata.

Vi aspettiamo al City Camp per partecipare alle lezioni del Barbarserker!

Gli ospiti del City Camp: Massimiliano Solinas

Oggi conosciamo meglio uno degli ospiti del City Camp, Massimiliano Solinas.
Diplomato ISEF, da più di vent’anni nell’ambiente della kickboxing, da agonista ha conquistato numerosi titoli italiani, un titolo intercontinentale WAKO PRO, una coppa del mondo, è stato titolare della nazionale di FULL CONTACT dal 1999 al 2003 e della nazionale di LOW KICK dal 2005 al 2007.
Gli abbiamo fatto alcune domande


Da agonista hai conquistato numerosi titoli italiani, un titolo intercontinentale Wako Pro, una coppa del mondo e sei stato titolare della nazionale di full contact dal 1999 al 2003 e della nazionale di low kick dal 2005 al 2007, hai avuto una carriera davvero impressionante…c’è una vittoria che ricordi con più gioia rispetto ad altre?

Difficile dire quale vittoria ricordo con piu piacere, sinceramente non mi ero mai posto questa domanda, ogni vittoria ha la sua importanza, ma forse su tutte ricordo con gran soddisfazione il titolo italiano vinto ad ariccia nel 2005. per l ‘ occasione mi presentai ai campionati italiani nella specialita’ della low kick, dopo un anno di preparazione perche’ arrivavo dal full contact. feci la semi finale nel pomeriggio (al tempo i paratibie erano facoltativi) ed in finale mi aspettava Donarumma, gia’ titolare della maglia azzurra nonche’ campione del mondo wako pro. Feci una gran finale dominata per tutto il tempo fino a quando nel terzo round lo misi k.o. . Mi feci un gran pianto di gioia.

Oltre ad essere un campione di kick sei anche professore di educazione fisica. Era più difficile allenarsi o mettersi a studiare dopo una seduta di sparring bella tosta?
Bella domanda. studiare dopo allenamenti estenuanti non era facile, nello stesso tempo allenarsi duramente dopo aver seguito le lezioni pratiche diventava tanto impegnativo, soprattutto vicino ai match, quando eri a stretto regime alimentare. Ma la cosa piu’ dura era procurarsi i soldi senza gravare sui miei genitori per poter partire dalla Sardegna e avere la possibilita’ di partecipare ai vari tornei, per cui la mia settimana si concludeva il venerdi e sabato in un pub dove andavo a dare una mano al servizio d’ ordine e una volta al mese distribuivo i volantini per una ditta di un amico. Forse la vittoria piu’ grande e’ stata questa, aver fatto di tutto per non mollare!

Quando hai capito che avresti dedicato la tua vita allo sport?
Quando abbandonai la facolta’ di economia e decisi di fare il concorso per entrare all’ isef. riuscii a far capire ai miei genitori che quella era la mia strada.

L’ultimo libro che hai letto è…
L’ ultimo libro che ho letto e’ di fabio volo e si intitola “il giorno in piu’”.

Spesso si dice che gli atleti di vertice siano quelli più scaramantici, tu avevi qualche rito in particolare prima di salire sul ring?
Sì, avevo i miei riti. Ricordo di aver usato per un bel periodo un paio di slip verdi che mettevo sopra la conchiglia e finito il match lasciavo sempre l’ asciugamano sotto il ring. Un altro che ricordo simpaticamente riguarda la stanza d’ albergo, il letto doveva essere quello piu’ vicino alla porta d’ entrata!

Secondo te nel modo di combattere del contatto pieno ci possono essere spunti anche per i point fighter più “puri”?
Do molta importanza nell’ incrociare l’ avversario, cioe’ prendere il tempo al tuo avversario mentre fa un azione e anticiparlo, questo e’ sicuramente un filoconduttore tra i due stili.

Non perdetevi le lezioni di Max Solinas al City Camp, guardate il programma delle lezioni cliccando qui sotto!

10 domande a…Paolo Sorze

In vista della sua lezione all’undicesima edizione dell’Auxe City Camp, all’interno della rubrica 10 domande a… abbiamo invitato Paolo Sorze.
Ecco una breve nota biografica per chi non lo conoscesse:
Pratica arti marziali dal 1992, nel ‘95 è cintura nera e inizia ad insegnare nel ‘98. E’istruttore diplomato di Kick Boxing, Karate, Boxe Francese e Pesistica. Ha iniziato a competere nel 1993 e ha combattuto in diverse sigle in Europa, USA, Canada e Sud America. Le sue prestazioni più prestigiose comprendono 9 titoli di campione d’Italia, 4 bronzi mondiali, la medaglia d’oro ai World Games 2004 di Barcellona, Spagna, in due categorie e nel Grand Champion, argento individuale e argento a squadre ai Guatemala Intenational 1998 di Guatemala City. Ritiratosi dalle competizioni alla fine del 2005, decide il rientro nell’estate del 2006 per tentare di coronare una carriera splendida con il massimo titolo. Il Campionato del Mondo a Benidorm, Spagna, 2006, lo vede realizzare una straordinaria prestazione con la conquista del titolo di campione del Mondo nella specialità del Light Contact nei –75 kg.


1.Come ti sei avvicinato agli sport da combattimento?

Da piccolo guardavo sempre i film di arti marziali, western, di ninja e scazzottate varie tipo quelli di Bud Spencer; provavo ad imitarli ma con scarsissimo successo. Infatti, il mio osso sacro piangeva sempre, mi costruivo artefatti vari di legno tipo nunchaku, spade di legno, archi, fionde ecc. ma erano più le volte che me li davo in testa che quello che li facevo girare.
Crescendo però avevo messo su una bella collezione di film d’azione poi, a 20 anni trovai dei volantini di una gara di Point Karate al palasport Tagliercio a Mestre, andai a vederla e rimasi affascinato dalla cosa anche se al tempo non ne capivo una mazza… comunque dove ero seduto sugli spalti mentre guardavo la gara vidi dei volantini di una palestra di kickboxing e karate American GO JU a Scorzè di nome Sport Studio (quello vecchio, che pochi ricordano bene) ne presi uno e lessi: American GOJU Karate kickboxing! Bello dissi! Voglio farlo!
In foto c’era uno che tirava un calcio saltato laterale, poi ho scoperto che si trattava di Michele Surian. Andai là, ci parlai assieme e cominciai la mia avventura nel mondo delle arti marziali.

2. Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?

Mi ha insegnato: disciplina, rispetto, collaborazione, umiltà, perseveranza, pazienza, coraggio, sofferenza, sconfitta, vittoria, lealtà, amicizia, serietà, spirito di squadra, equilibrio tra le cose, e molte altre cose da applicare tutti i giorni.

3. Un atleta al quale ti sei ispirato/a.

Più di uno: Kevin Bruerton, Alfie Lewis, Bill Wallace, Hugyetz Lajos, Billy Blanks, Emanuele Bozzolani e Marco ferrarese.

4. Il più grande point fighter di tutti i tempi è:
Anche qui non mi piace ridurre la cosa ad un solo atleta quindi li suddividerò secondo generazioni:
1° Generazione: Alfie Lewis e Kevin Bruerton.
2° Generazione: Emanuele Bozzolani e Marco ferrarese.
3° Generazione: Raymond Daniels e Jadi Tantion.
Raymond Daniels penso abbia vinto più titoli in assoluto però…

5. Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?
Dopo Alfie Lewis e Kevin Bruerton c’è stata una grande evoluzione dal punto di vista atletico e tecnico, ma penso che negli ultimi 5/6 anni ci sia una situazione di stallo e queste discipline stiano peggiorando, non vedo quella crescita e popolarità che ho visto in passato, credo che l’utilizzo di tecnologie tipo sensori nei corpetti, casco e protezioni, soprattutto nel point fighting e nel light Contact debbano essere introdotti, in modo da rendere più comprensibile queste discipline basate sulla velocità al pubblico e dare più visibilità al nostro sport. Nel Teakwondoo hanno fatto passi da giganti negli ultimi anni con l’introduzione dei sensori e modificando i regolamenti, quindi, perche non farlo nel point fighting e nel light contact che sono molto più spettacolari!

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?
La cintura nera, per molti un traguardo… per altri una partenza. Dedichiamo anni di studio per meritarla, la desideriamo, ci immaginiamo con essa legata in vita eppure quando arriva il momento non ci sentiamo mai pronti.
La cintura nera non è un pezzo di stoffa, è l’atteggiamento mentale che ti permette di continuare ad allenarti fino alla vecchiaia, non è il numero di medaglie che hai vinto, è il desiderio di confronto che non ti permette di sederti tra il pubblico, non è stare dall’altra parte della fila quando fai il saluto, ma essere in mezzo agli altri per essere un ispirazione.
La cintura nera non è un punto d’arrivo ma un gradino sul quale slanciarsi verso l’evoluzione, ogni anno è una rivoluzione e si sa, quando le cose cambiano o fai il conservatore e rimani indietro o segui il vento della rivoluzione. Per essere una buona cintura nera devi essere pronto a metterti in discussione ogni giorno e pronto a rivoluzionarti ad ogni allenamento!

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta/praticante?
Più che un momento sono stati quei due bellissimi anni 2005-2006 in cui sono riuscito a dare ed esprimere il meglio nella mia carriera agonistica raggiungendo gli obiettivi che inseguivo da molto tempo.

8. Il più brutto invece?
Penso come tutti gli infortuni anche sé di seri fortunatamente non ne ho mai avuti, sono quelle cose che t’innervosiscono e ti fanno restare fermo, e non è mai una bella cosa soprattutto quando fai agonismo.

9. Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta di ogni epoca.
Marco Ferrarese, Gianpietro Ribon, Lorenzo Tombacco, Diego Volpato.
Questa è la MIA SQUADRA e questa resterà per sempre, nel bene e nel male finchè morte non ci separi.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Certo,

Michele Surian che è un mentore per me…
Marco Ferrarese, Gianpietro Ribon, Lorenzo Tombacco, Diego Volpato, Michele Corò, Albano Tubiana, Andrea Trevisan, Andrea Zamengo, compagni e amici d’innumerevoli avventure in tutti questi anni che mi hanno aiutato e dato molto, sono delle persone fantastiche!
Poi voglio ringraziare Stefano Cosmo, persona splendida ed operativa che ha avuto la pazienza di aspettare che scrivessi questa mia intervista, e tutta l’Auxe!

10 domande a…

In onore dell’importante ricorrenza dell’8 Marzo, Giornata Internazionale della Donna, pubblichiamo l’intervista fatta a una delle nostre campionesse più giovani e con più titoli all’attivo: Giada Semenzato.

Non fatevi ingannare dalla sua aria tranquilla e dagli occhi azzurri perché in realtà Giada è una vera macchina macina titoli: classe 1992, è stata campionessa italiana wka junior dal 2004 al 2010 (2010 in wako). Per due volte si è portata a casa il primo posto agli Austrian classics, ha vinto due mondiali wka junior nel 2008-09 e uno a squadre nel 2007, ha vinto ai Quebec open nel 2009 e alla Bavarian cup in Germania.
Basta? No! Podio più alto al Golden Glove nel 2011 e nel 2013, nel 2012 ha vinto la coppa del mondo wako Best Fighter e sempre nello stesso anno primo posto anche agli Italian Open. Quest’anno è tornata da Dublino con una medaglia di bronzo vinta nella categoria -55 kg specialità point fighting.

E ora vediamo come se l’è cavata con le nostre domande…

1. Come ti sei avvicinata agli sport da combattimento?
Avevo iniziato a fare kick boxing all’età di 5 o 6 anni indirizzata dai miei ma non mi divertiva affatto,si giocava e basta e io non sono proprio una tipa da giochi e basta, però chiaramente è ciò ch’è giusto fare con dei bambini di quell’eta. Ho deciso quindi di smettere e improvvisamente a 10 anni ho sentito dentro di me che volevo riprovarci e da lì non me ne sono più andata

2. Praticare questo sport ti ha insegnato anche qualcosa da poter applicare alla vita di tutti i giorni?
Sicuramente si. Malgrado la mia conoscenza interiore non sia ancora ultimata io grazie a questo sport ho imparato molto di me stessa. Moltissime cose che riesco poi ad applicare e a riconoscere in svariate situazioni della mia vita quotidiana. Oltretutto mi ha insegnato un grande rispetto per le persone, cosa che il mio maestro Marco ci ha sempre detto fin da piccoli :”rispetto e collaborazione”. E devo dire che sono indiscutibilmente importanti nella vita di tutti i giorni.

3. Un atleta al quale ti sei ispirato/a.
Malgrado tutto quello che si possa dire su di lei,su quello che ha dedisonore di fare della sua vita o “sparate” mediatiche che ha fatto, Valentina Vezzali resta la mia atleta in assoluto preferita. Persona molto carismatica e determinata che ha fatto del proprio sport ragione di conoscenza interiore. Né ho letto Anche l’autobiografia e ho capito quanto la scherma l’abbia aiutata a conoscersi come persona e a dare sempre tutta se stessa,fino a “sputare sangue” pur di essere soddisfatta di sé.

4. Il più grande point fighter di tutti i tempi è…
Io personalmente ritengo Grillo uno dei più grandi point fighters: ha vinto in entrambe le categorie che fatto nell’ultima decade tutto quello che poteva vincere. Non lo ritengo uno dei migliori unicamente per un fattore tecnico,benché credo che come blitzer sia fenomenale, ma soprattutto per la determinazione e il coraggio che lo hanno sempre conttraddistinto.
C’è da dire però che, nonostante lui non se ne vanti né lo sbandieri a tutti i venti, Marco Ferrarese è stato uno dei più grandi. In tantissimi, da tutto il mondo,sarebbero pronti a sottolinearlo insieme a me. E in più è stato l’unico italiano ad aver mai vinto l’open dell’ Irish open.

5. Secondo te il pointfighting e il light contact di oggi sono migliorati rispetto al passato?

Non saprei sé ritenerli migliorati. Sicuramente sono cambiati. Nel point ormai è un gioco di velocità e tattica,infatti la tecnica è decisamente messa in secondo piano (non nél mio caso, io la ritengo sempre molto importante,Anche per l’efficacia di un gesto). Il light contact invece probabilmente adesso è più sciolto e veloce. Più bello Anche da vedere rispetto ad una volta. Sempre a parer mio.

6. Cosa vuol dire essere una cintura nera?
Sono molto orgogliosa di aver ricevuto una cintura nera dall’ auxe. È stato un percorso significativo e importante. Sono molto contenta di averlo intrapreso. Mi rende una persona più forte.

7. Qual è stato il momento più bello vissuto da atleta?
A livello agonistico sicuramente non scordero mai la vittoria del mio primo mondiale junior. Lo ricordo benissimo nono solo in quanto a gara,ma soprattutto per tutto quello che c’è stato attorno. Ci credevo tanto,mi sentivo indubbiamente la più forte e ho deciso mesi prima che sarei stata io a vincerlo,benché avessi solo 16 anni.
Però devo dire che c’è stata un’ altra gara che non potrò mai dimenticare: la coppa del mondo 2012. Dopo un anno di stop dalle competizioni per un infortunio mi sono rimessa in gioco a partire da lì e sono riuscita a prendermi uno dei titoli più bramati con la semplice volontà di combattere bene e di divertirmi.

8. Il più brutto invece?
Da atleta il colpo più brutto è stato sicuramente quando mi sono rotta il braccio. Non tanto a libello di dolore fisico,ma di quello emotivo di avevo all’idea di non potermi allenare come avrei voluto,al pensiero che non sarei tornata quella di prima. è stata una grande prova caratteriale per me, però sono molto felice di come l’ho superata.

9. Devi partecipare a un torneo a squadre. Crea il tuo dream team, puoi scegliere qualsiasi atleta di ogni epoca.
Grillo-Ferrarese-Bozzolani-calajò. Sono tutti italianissimi e molto diversi però per motivi differenti credo che insieme avrebbero fatto scintille.

10. Per chiudere, vorresti ringraziare qualcuno?
Vorrei ringraziare il mio maestro di sempre e per sempre: Marco Ferrarese. Oltre ad essere il mio allenatore e coach è un mio amico. Inoltre ringrazio la mia squadra,mi vogliono sinceramente bene e credono sempre in me,più di quanto lo faccia io a volte.

10 domande a… Andrea Lucchese

Questa settimana la rubrica 10 domande a… può vantare un ospite di eccezione: il pluricampione del mondo Andrea Lucchese. In vista dello stage che terrà questo fine settimana presso la palestra Pacinotti di Mestre, gli abbiamo fatto alcune domande per conoscerlo meglio.

Vediamo come ha risposto il campione palermitano.

C’è una vittoria che ricordi con più gioia rispetto ad altre?

La gioia più grande che ricordo di avere provato dopo una mia vittoria, è stata dopo avere vinto i giochi asiatici a Pechino.

Se non avessi fatto kickboxing, cosa avresti fatto nella tua vita?
Immaginare la mia vita senza la kick boxing non è semplice. Mi piace molto il mare, penso che avrei probabilmente fatto apnea a livello agonistico.


Una tua giornata tipo?

Colazione,università,calcipugnicalcipugnicalcipugnicalcicalcipugnicalcipugnicalcipugni
calcicalcipugnicalcipugnicalcipugnicalci, mangio, vado in palestra per i vari turni della mia accademia,
calcipugnicalcipugnicalcipugnicalcicalcipugnicalcipugnicalcipugnicalcicalcipugnicalcipugnicalcipugnicalci, calcipugnicalcipugnicalcipugnicalcicalcipugnicalcipugnicalcipugnicalcicalcipugnicalcipugnicalcipugnicalcicalci
pugni, calcipugnicalcipugnicalci,doccia, studio dormo. L’indomani ricomincio.

Soffri la tensione della gara?
Si,va usata, anche se qualche volta ho dubbi, credo di avere imparato a usarla.

A cosa pensi mentre aspetti che ti chiamino sul tatami?
Gioco con le mie emozioni, ascolto le mie sensazioni e mi prendo in giro, penso solo se devo preparare una strategia, visualizzare o rievocare emozioni e sensazioni.

Hai una frase motivante che ti ripeti spesso?
Non una in particolare, mi piacciono le sfide,cerco di guadare le cose sempre da questa prospettiva per motivarmi,in genere mi piace molto l’idea di vincere per vincere e non vincere per non perdere.


Il tuo maestro Giampaolo Calajò è stato anche un grande campione, cosa è cambiato secondo te dal pointfighting che si praticava quando gareggiava lui al point di oggi?

Per chi non lo sapesse Gianpaolo è con la N non con la M, lui è permaloso su questo! Sono molte le persone che hanno contribuito alla mia crescita, maestri, amici, nemici, avversari, Gianpi è tra le persone più care della mia vita, senza il suo aiuto umano e tecnico non avrei probabilmente raggiunto i risultati che ho ottenuto, sono molto riconoscente a lui per questo. Il Point fight è sempre stato il punto di incontro di diversi stili tradizionali,il point fight oggi è diverso nei tempi, nelle distanze, nelle strategie, nei regolamenti,la tradizione si intreccia con il nuovo continuamente, questo costa ed è costato molto alle tecniche marziali, ma probabilmente è solo una tappa della sua evoluzione.

Il titolo dell’ultimo libro che hai letto?
Intelligenza emotiva, di Daniel Goleman


Sei stato 13 volte campione del mondo, senza contare altri prestigiosi tornei dove ti sei piazzato al primo posto…a guardarli dall’esterno fanno davvero impressione! Oltre a questi momenti di gioia immensa, hai mai avuto un periodo di crisi in cui ti sei detto “ok, ora mollo tutto”? E se sì (e se vuoi dircelo) come lo hai superato?

Ho vinto diverse coppe del Mondo e altre prestigiose competizioni internazionali intorno al Mondo, il mio è sempre stato un tentativo di incontrare gli atleti più forti, per il piacere di competere con loro e di ricercare grazie a loro una conoscenza migliore di me stesso. Credo che la competizione sia un buon modo per entrare in intimità con la nostra parte più profonda e anche con le parti che spesso rifiutiamo di noi. Ho affrontato diversi momenti di stanchezza, stress e infortuni, ma l’agonismo è ed è stato un grande maestro per me,ho imparato davvero molto dalle competizioni,cose che oggi riesco ad applicare nella mia vita quotidiana. Se devo fare un bilancio tra ciò che ho perso e ciò che ho ottenuto, quello che ho ottenuto è molto di più anche se chi guarda da fuori forse non può accorgersi di questo, dunque questo è il motivo per cui ho superato momenti difficili.

Fai parte anche tu di quella schiera di atleti scaramantici che hanno rituali particolari o portafortuna?
Non mi piace pensare che la responsabilità dei miei successi o insuccessi dipenda dalla fortuna o dalla sfortuna, tuttavia credo nella fortuna e nella sfortuna e penso che questi due grandi giganti possono diventare dei minuscoli nani se mi preparo bene ad affrontare una sfida

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Andrea Lucchese Highlight

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